Dietro le sbarre si può tornare ad amare il proprio corpo: il sogno di Adele

dietro-le-sbarre-1-donne-detenute

Non si smette mai di imparare e di ascoltare nuove storie che ti aprono mondi sconfinati e allargano i tuoi orizzonti. Forse anche per questo ho capito che quello del giornalista è uno dei mestieri più belli esistenti al mondo, perché ti insegna a guardare la realtà non solo dal tuo punto di vista, ma anche attraverso quello degli altri e ti arricchisce, rendendoti un essere umano più attento, empatico e completo.

Qualche giorno fa ho conosciuto una donna, una professionista determinata e forte, che con la sua storia mi ha dato da pensare e molto. Si chiama Adele Teodoro e di mestiere fa la ginecologa. È vivace, in gamba e con una sorta di inquietudine che non la fa accontentare di visitare le sue pazienti in uno studio bello e attrezzato, effettuando diagnosi e rilasciando parcelle, per poi tornare a casa alla sera da una figlia che la aspetta.

«Ho sempre avuto necessità, per deformazione personale, di aiutare gli altri − ha raccontato Adele nell’ambito del Convegno ‘Donna oggi tra realtà e futuro’ avvenuto a Torino sabato scorso – Un giorno mi è capitato di incontrare Maria Milano, una donna entusiasta della sua professione proprio come me, che all’epoca era direttrice del carcere femminile Pontedecimo di Genova. Le ho chiesto se potevo visitare la struttura. Noi donne siamo molto pratiche e tra il dire e il fare passa un nanosecondo: due giorni dopo ero già lì. Giro per il carcere, lei mi apre le porte, mi fa vedere tutto senza remore, ma soprattutto parlo con le detenute. Mi trovo di fronte altre donne di ogni tipo e con le esperienze più diverse alle spalle. È vero, alcune di loro hanno compiuto crimini gravissimi e azioni di una malvagità inspiegabile, ma ci sono anche donne che nascono e crescono in ambienti di violenza e non conoscono altra forma di comunicazione se non il sopruso. A volte usano il loro corpo come merce di scambio perché non sanno di avere una dignità».

Adele rimane profondamente colpita nel conoscere le esperienze dolorose e il vissuto così complesso di queste persone e matura una consapevolezza ancora più forte della sua condizione privilegiata rispetto ad altre persone.

«Alla fine della visita mi sono resa conto che io sarei ritornata a casa dalla mia famiglia, avrei abbracciato mia figlia, avrei cucinato, corretto i suoi compiti e sarei andata a dormire tranquilla. Da lì mi sono chiesta: ma queste ragazze, che vengono tolte dalla loro casa come fanno a vivere senza sapere dove sono i loro figli e cosa stanno facendo? Non dobbiamo dimenticare che quando una donna viene arrestata, una famiglia si sfascia. Perché la donna è famiglia. A questo punto ho chiesto a Maria Milani: ‘Ma io cosa posso fare per queste persone?’ E la risposta è stata: ‘Abbiamo bisogno di tutto’».

Da questo momento ha avuto inizio il progetto e la meravigliosa avventura di questa ginecologa tenace e forte.

Quando dico che il mestiere del giornalista allarga i tuoi orizzonti, ti apre gli occhi e ti pone problematiche e interrogativi fino a pochi secondi prima sconosciuti non lo dico tanto per dire, è una grande verità. Fino a ieri per esempio certamente ignoravo che in quasi tutte le carceri femminili italiane non venisse praticata alcuna forma di prevenzione, quella chiamata non a caso «serena» e riservata a tutte noi, donne libere, privilegiate ed evidentemente più «serene» rispetto ad altre. Nelle carceri dunque viene garantita l’assistenza sanitaria, ma solo nei casi di urgenza. Quello che fa la dottoressa Teodoro è diverso: visita tutte le pazienti del carcere e valuta le loro condizioni dal punto di vista ginecologico in modo da poter diagnosticare una malattia prima che si manifesti. Le sue visite avvengono due sabati al mese all’interno di una cella che lei attrezza come un ambulatorio.

carcere donne-2«La mia prima visita nel carcere di Genova mi ha lasciato una strana sensazione, nel momento in cui sono entrata e si è chiusa la porta alle mia spalle con doppia mandata mi è venuta l’ansia. Le celle sono basse, piccole e le finestre da cui passa pochissima luce hanno le sbarre. Prima di iniziare a visitarle ho voluto che le detenute non subissero passivamente la prevenzione, quindi le ho incontrare tutte in biblioteca e ho raccontato chi ero, cosa volevo fare, ma soprattutto che cosa potevano fare per prendersi cura di loro stesse. ‘Io vi auguro di uscire e di ricominciare − ho detto – per cui dovete salvaguardare la salute. Molte di voi sono giovani, possono ancora avere figli e chi li ha già deve uscire in salute e se ne deve prendere cura’. Da quel momento è scattato qualcosa nel loro animo e si è risvegliato l’amore per se stesse. Quello che cerco di fare io è educare le donne a riamare il loro corpo, a volersi bene, rendendole consapevoli di quella che è la loro dignità. Andando avanti con il tempo, mi sono resa conto che questo progetto non aveva solo una valenza sanitaria, ma anche una valenza sociale».

Adele Teodoro ora svolge la sua attività anche nel carcere di San Vittore a Milano e con il suo progetto Gravidanza Gaia si occupa della prevenzione, della cura e della promozione del benessere della donna, promuovendo e realizzando attività di assistenza sanitaria gratuita

Per arrivare ad esercitare anche a Milano ci ha messo moltissimi anni. Ha dovuto battagliare con colleghi medici, politici, e burocrati che facevano di tutto per ostacolarla, ma ha tenuto duro. Le fatiche sono state e vengono continuamente ripagate dal suo mestiere e dal rapporto con le ‘sue’ ragazze che le sanno dare così tanto grazie alle loro testimonianze e ai loro piccoli e grandi gesti pieni di generosità. Come quella volta in cui, in un giorno d’estate particolarmente caldo, una detenuta si offrì di darle il suo ventilatore per poter visitare le pazienti in condizioni migliori. O quell’altra ancora in cui ne sorprese altre due scambiarsi qualcosa nel passaggio tra una visita e l’altra.  Preoccupandosi chiese alla detenuta cosa avesse passato alla sua amica e si sentì rispondere: «Gli orecchini. Non li aveva e glieli ho imprestati perché potesse farsi visitare da lei in ordine». Il fatto di poter essere più elegante era un gesto di attenzione nei confronti di Adele e al tempo stesso un riappropriarsi della propria femminilità da tempo perduta e dimenticata.

brasile-detenute-seducono-poliziotti-e1423506716721

Il progetto di Gravidanza Gaia va avanti, è un’iniziativa bella e importante ma non esente da una serie di problematiche che certamente non dovrebbero esistere. I finanziamenti sono difficilissimi da ottenere, tant’è che Adele è costretta ad autofinanziarsi e per comprare un apparecchio ecografico portatile del costo di 30.000 euro ha fatto un leasing. Eppure proprio grazie a questo strumento ha potuto effettuare diagnosi importanti: al suo primo ingresso a Genova furono riscontrati tre casi di cancro al collo dell’utero a donne che vennero prontamente operate. Per questo il discorso della prevenzione e della diagnosi precoce è così importante.

L’apparecchio è vecchio e andrebbe cambiato, ma non c’è bisogno solo di quello, c’è bisogno di tante altre cose. La mia speranza, dunque, è che questa testimonianza possa essere letta il più possibile ed essere d’aiuto e che possa far comprendere che un progetto del genere dovrebbe essere portato avanti in tutte le carceri italiane. Anche per questo oggi ho voluto tralasciare per un attimo la leggerezza che normalmente caratterizza il mio blog, per raccontare una storia che a pensarci bene di pesante non ha proprio nulla. È una storia bella, toccante e delicata, che fa riflettere su tante cose: su quanto possiamo essere combattive noi donne, e realizzare autentici miracoli contando sulle nostre sole forze. Su quanto possiamo essere in grado di guardare lontano e costruire ponti che ci mettono in collegamento e in perfetta sintonia con altre persone e altre realtà, in apparenza molto lontane da noi. Eppure quelle stesse diversità che spesso sembrano così abissali, troppo spesso ci ingannano e tanto prima lo scopriremo, tanto meglio sarà per noi. Basterà riuscire a mettersi anche solo per un secondo nei panni degli altri ed essere più predisposti all’ascolto, capendo che la fortuna e i privilegi individuali non sono mai certi e scontati: nelle nostre debolezze, nelle nostre paure, nei nostri dolori ci ritroveremo incredibilmente simili e forse un po’ più vicini e disposti a guardare oltre il muro di carta dei nostri limiti.

Annunci