I Mondiali visti da una profana

Italia fuori dal Mondiale

Ma non sarà ancora un po’ presto per tirare le fila di questo Mondiale 2014? Non per l’Italia che in seguito ad un girone davvero deludente se ne ritorna a casa con le pive nel sacco e l’amaro in bocca.

Lo abbiamo dovuto constatare in più occasioni, gli ottavi sono un vero dilemma per noi, che anche nei momenti migliori, ci siamo spesso arrivati per il rotto della cuffia, ma questa volta ci avevo davvero sperato, dopo la prima bella vittoria contro l’Inghilterra. “Se abbiamo affrontato bene la partita d’esordio con l’Inghilterra, è un ottimo segno” mi sono detta, ma ahimè, è cosa risaputa che nel calcio tutto può sempre succedere, che l’impossibile diventa possibile e che si deve dire “fine”, soltanto al termine della partita. E così è stato.

BalotelliPosso parlare solo in base alle mie sensazioni, perché  giudizi tecnici non sono certo in grado di darne, ma da profana del calcio, mi sento di dire che ce ne andiamo dal Mondiale meritatamente. Che l’ultimo arbitraggio possa essere stato abbastanza discutibile lo ritengo anch’io, il cartellino rosso a Marchisio mi ha lasciato perplessa, soprattutto in un contesto da campo di battaglia dove se ne sono viste di tutti i colori, morsi compresi e su quest’ultimo argomento andrebbe aperta una parentesi mai più finita; mi limiterò ad osservare che evidentemente lo sport non è cosa per tutti, e che determinati personaggi dovrebbero stare in un centro di sanità mentale a sfogare la violenza repressa, e non certo su un campo a tirare calci al pallone.  Ma a parte questo, rimane il fatto che le squadre valide e affiatate sono in grado di vincere le partite a prescindere da arbitraggi più o meno imparziali. Troppe volte negli ultimi anni mi sono ritrovata ad assistere a salottini post partita dove si parlava più di malasorte e arbitri cattivi, che di giocatori scadenti.

Quello che ho visto martedì 24, sempre da inesperta osservatrice di partite, è stata una squadra non solo deludente, ma completamente spaesata e per nulla battagliera. Una squadra quasi rassegnata, o meglio poco interessata a quello che stava facendo e attaccata alla maglia più in conferenza stampa e su Twitter, che sul campo. Una squadra di molto inferiore a buona parte di quelle che ho visto competere nei vari gironi. Si è parlato molto del problema del clima, così caldo e umido da impedire di correre a chi non ci è abituato, eppure altrettante squadre, certamente non avvezze a climi tropicali, hanno corso instancabilmente fino alla fine e giocato egregiamente. Hanno disputato competizioni degne di chiamarsi tali, hanno fatto il mestiere per cui sono pagati e fatto divertire, regalando emozioni ai loro tifosi. Penso alla solita Germania, eterna candidata alle semifinali, a un’Olanda di supereroi in forma smagliante, all’odiata e sempre rivale Francia, che si è ritrovata in un girone non difficile, ma che in ogni caso ha fatto il suo dovere, vincendo due partite su tre con un 3 a 0 contro l’Honduras e un 5 a 2 contro la Svizzera.

Olanda, gol di testa

Tutto da rifare per noi, cacciati dal Mondiale per la seconda volta consecutiva; campioni del mondo nel 2006 e finalisti agli europei del 2012, abbiamo ben poco da riflettere perché di filosofia inutile e spiccia  forse ne abbiamo fatta fin troppa, in quello ci siamo dimostrati dei geni.

“La palla, la palla è rotonda” ci ha cantato Mina fino allo sfinimento in questa avvilente edizione mondiale, e partendo da questo semplice concetto vi conviene ripartire, cari giocatori griffati, profumati e imbellettati più della Paris Hilton dei tempi migliori. Il genio e la follia non ci sono mai mancati, e più di una volta ci hanno portato lontano, forse va ritrovata la voglia non solo di vincere, ma anche di lottare con le unghie e coi denti per meritare la vittoria.

Meno dichiarazioni, meno foto su Facebook, meno tweet, meno gossip… più gambe, più cuore, più audacia, e soprattutto più orgoglio.

Annunci

E se il Talent lo vince la suora… The Voice 2014

the-voice-of-italy-2-i-casting

Niente male questa seconda edizione di The Voice, un Talent che per molti aspetti si è dimostrato diverso dagli altri. Mi è sembrato più libero, più aperto alla sperimentazione e, cosa più che positiva e intelligente, ha aperto i provini agli artisti di tutte le età.

È più che giusto puntare sui giovani talenti, ma al tempo stesso può rivelarsi un’arma a doppio taglio. E poi dove sta scritto che ci devono essere limiti d’età per realizzare il proprio sogno di farsi strada nel mondo della musica? Al contrario, sono spesso  proprio gli over 25 ad essere i più meritevoli grazie alla loro maturità ed esperienza precedentemente maturata. Credo inoltre sia rischioso puntare solo su ragazzi appena maggiorenni e chi lo fa, talvolta, conduce un’operazione scorretta il cui unico fine è quello di plasmarli a proprio uso e consumo, strumentalizzarli e abbandonarli poi al loro destino nel momento in cui si ritiene che non abbiano più niente da dare. Puntare invece su persone parzialmente o totalmente formate, che hanno fatto già la loro gavetta caratterizzata anche da  rifiuti e porte in faccia, da sacrifici e numerose lezioni o scuole di canto, può essere invece un ottimo punto di partenza. I due finalisti di The Voice, la 25enne Suor Cristina Scuccia e il 28enne Giacomo Voli, hanno svolto all’interno della trasmissione un percorso molto interessante. Entrambi giovani (ma non troppo!) e agli antipodi sia caratterialmente che artisticamente, hanno dimostrato di avere alle spalle basi piuttosto solide.

Suor Cristina e Giacomo Voli

I miei pronostici che li avevano immaginati in finale si sono avverati, ed era quello che effettivamente speravo. Era facile scommettere sulla vittoria di suor Cristina, anche se era più meritevole Giacomo, e non per un giudizio puramente soggettivo, direi: una voce davvero pazzesca, malleabile ed extra-ordinaria, supportata da una fortissima presenza scenica 100% puro rock.  A differenza di molti però, non giudico e non critico la vittoria della suora siciliana. Vogliamo ripetere come un disco rotto che non aveva la voce più bella di tutti e che è stato premiato più l’abito che la cantante? Facciamolo pure, ma dimostreremmo scarsa intelligenza e lungimiranza. Vogliamo continuare ad affermare che le suore devono stare chiuse in convento  a pregare tutto il giorno?  Ci dimostreremmo poco aperti e un po’ ottusi. Chiariamolo subito: i cosiddetti preti o suore eterni ospiti di talk show  con manie di protagonismo, non sono mai piaciuti anche a me, ma il “fenomeno suor Cristina” non ha fatto alcun danno e tolto niente a nessuno, proprio grazie al suo modo limpido e onesto di  porsi e vivere la trasmissione dall’inizio alla fine. “Ho un dono e ve lo dono” ha esordito durante la prima puntata di fronte ai quattro giudici increduli e sorpresi e così ha fatto senza mai perdere di vista se stessa ed esagerare. Ha lavorato sodo come tutti, è cresciuta e migliorata. È stata accolta in maniera positiva da J-Ax, ma anche da Pierò Pelù, Noemi e Raffaella Carrà e non riesco davvero a capire perché non sono stati in grado di farlo tutti; forse perché alla fine siamo pieni di preconcetti e di ipocrisie, che ci fanno risultare particolarmente aperti quando “il diverso” di turno è di tendenza,  ma ci fanno invece arricciare il naso quando la diversità invece veste i panni di una suora. In questo caso  allora non “fa figo”, non regala quel tocco di brio e di colore che gli stereotipi del momento invece assicurano.

È molto probabile che se Cristina non fosse stata una suora non sarebbe arrivata fino in fondo, ma non è quello il punto e anche per questo penso che The Voice abbia fatto centro. È arrivato un messaggio perfettamente in linea con la modernizzazione che da tempo si chiede alla Chiesa e a dare il suo piccolo contributo ci ha pensato una ragazza semplice di 25 anni, che ha scelto di intraprendere una strada diversa e forse più difficile rispetto a sue coetanee, ma che non per questo deve essere condannata a non realizzare i propri obiettivi, pur nel rispetto dei suoi impegni religiosi.

Si usa dire ancora adesso, alle donne che si lamentano di non  avere prospettive e progetti di vita: “Puoi sempre chiuderti in convento!”.  Non vedo perché augurare la clausura a chi invece, ha doti, temperamento e talento e che, nonostante questo, pur registrando un disco con la Universal continuerà la sua vita ecclesiale di sempre senza montarsi la testa, a differenza di tante, forse troppe, sgallettate meteore.

“One Day”: la vita è un giorno che non va sprecato

oneday

Si può amare una sola persona per tutta la vita? E ancora: si può amare perdutamente qualcuno completamente diverso da noi per valori, stile di vita e classe sociale? One day, film con Anne Hathaway e Jim Sturgess, diretto da Lone Scherfig ci dice che sì, può succedere ma non a tutti, soltanto ai più coraggiosi, o ai pazzi. E per certi versi  instilla allo spettatore il dubbio che nulla avvenga mai per caso e che potremo passare anche una vita a decidere chi e cosa sia giusto per noi, ma non servirà a nulla, perché arriverà sempre un incontro fatale con qualcuno in grado di cambiarci e stravolgerci letteralmente la vita. Emma e Dexter, i protagonisti di questa romantica commedia non hanno a una prima occhiata nessuna carta in regola per stare insieme. Lei è un’aspirante scrittrice, semplice, sognatrice e insicura, troppo onesta per un mondo che invece onesto non è, eternamente alla ricerca di un uomo perfetto che  può solo idealizzare nelle sue poesie. Lui è il suo esatto opposto: di famiglia benestante, viziato e superficiale; non ha particolari obiettivi nella vita, disposto a tutto pur di sfondare nel mondo dello spettacolo, ma senza impegnarsi troppo; “innamorato” di tutte le donne su cui ha un gran fascino e che riesce sempre a portarsi a letto senza alcuna difficoltà. È il 15 luglio del 1988 i due si incontrano e si conoscono per la prima volta  in occasione della loro laurea e passano la notte insieme nello stesso letto, ma senza fare l’amore. “Non sono brava in queste cose”, confessa la spaesata Emma all’incredulo Dexter quasi sul punto di scappare di fronte alla prospettiva di non poterla inserire nella sua lunga lista di conquiste.

E invece rimane. Abbracciato a lei in uno scomodo letto da una sola piazza.

One day

Da quel momento tra i due si instaurerà un legame molto particolare e per 20 anni in quella stessa profetica data del 15 luglio, seguiremo un susseguirsi di eventi fatti di scontri e incontri, sentimenti contrastanti, incomprensioni e dipendenza reciproca, mai del tutto confessata. Emma, per un lunghissimo periodo di tempo resterà sola e infelice, come potrebbe esserlo la protagonista di uno dei romanzi che non riesce a pubblicare; come un’eroina classica amerà per sempre un solo uomo, non trovando in nessun altro un reale appagamento. Arriverà a mettersi insieme ad un suo collega di lavoro, senza amarlo mai, nel tentativo di colmare il vuoto provocato dall’assenza del suo Dexter i cui “vuoti” sono pure incolmabili, ma con cui preferisce convivere, fingendo una spensieratezza che non gli appartiene. Troppo debole per guardare in faccia la realtà, troppo poco coraggioso per decidere di vivere un amore da uomo maturo. Passerà buona parte del film a mentire agli altri e prima di tutto a se stesso, cercando sempre conforto in Emma “l’amica”, la sola in grado di capirlo davvero  e di ascoltarlo in mezzo al rumore, al chiacchiericcio, alla  superficialità di cui volutamente si circonda.

Ti amo Dexter, e molto. Ti amo ma non mi piaci più.

Gli dirà lei al colmo della delusione dopo una cena andata male, quasi a confermare che si può continuare ad amare follemente chi in realtà non ci piace affatto per comportamenti e stile di vita. E in questo stato di cose si può rimanere intrappolati perché non c’è razionalità che tenga, l’intesa è più forte, la pelle non mente: migliaia di Km ci potranno dividere da chi ci ha stregato e potremo anche decidere di farne a meno, ma torneremo sempre a fare i conti con una realtà che, senza chiederci il permesso,  sceglierà per noi. Dexter continuerà a vivere la sua vita in maniera disordinata,  dovrà affrontare la perdita della madre amatissima e crederà di aver trovato l’amore in una donna ricca, molto simile a lui che sposerà e da cui avrà una figlia. Il divorzio e i continui fuggiaschi incontri con Emma lo faranno gradualmente cambiare e maturare. Quasi 20 anni passati a ricorrersi, per arrivare a capire di essere innamorati come non mai.

One daySostenevano gli antichi che “Ognuno è artefice del proprio destino”, ma attraverso questo film capiamo come questa massima non non sia del tutto vera, e che forse è pura presunzione pensarlo, considerate le infinite e casuali variabili che caratterizzano la nostra esistenza: non ci sarà mai un figlio per la coppia, seppure tanto cercato, e arriverà la morte a prendersi Emma con la violenza di un incidente stradale.

Il classico lieto fine avrebbe reso probabilmente questa garbata commedia troppo mielosa e prevedibile, la tragicità degli eventi ci invita invece a ragionare. Se ne esce rattristati, ma con qualche consapevolezza in più: è l’amore che spesso sceglie al posto nostro, insieme al destino.  Potremo ritrovarci ad amare qualcuno senza sapere bene il perché,  e se saremo sempre così coraggiosi da affrontare i nostri sentimenti senza cercare vie di fuga in equilibri apparenti, allora in qualche modo una risposta la troveremo.

E solo il tempo – che non va mai sprecato, fino alla fine –  ci darà ragione.

Il Festival degli artifizi – Sanremo 2014

Ha vinto Arisa con un pezzo dei suoi, uguale a tanti altri. L’annuncio mi è arrivato questa mattina alla radio, perché per la prima volta da quando seguo il Festival di Sanremo non ho assistito alla proclamazione finale, ma al contrario ho spento la televisione e anche piuttosto seccata nell’essere messa al corrente che a giocarsi la partita decisiva sarebbero stati la già citata Rosalba Pippa, lo sconosciuto Renzo Rubino e il detestabile Raphael Gualazzi con le sue urla da evirato accompagnate da fanatici  strimpellamenti, molto apprezzati evidentemente  anche dal molto saltellante e poco prezioso Rubino. Ma è chiaro che le artificiosità pagano, e ben poco importa se le qualità vocali e testuali abbiano lasciato alquanto a desiderare; passeranno queste canzoni e senza lasciare traccia, questo è quello che penso, da parziale inesperta della musica ma comunque attenta ascoltatrice di musica italiana e seguace del Festival dalla più tenera età. Parleranno i fatti, le vendite dei dischi e i singoli scaricati dalla rete che, è risaputo, spesso non premiano i vincitori della storica Kermesse. Salvo cinque canzoni di questo Festival, e solo due sono state già inserite nel mio lettore.

Sanremo-2014

Ho salvato la romanticamente intimista Ti porto a cena con me di Giusy Ferreri, la struggente Vivendo adesso di Francesco Renga che ho cominciato ad apprezzare solo nella serata finale, la profonda Il cielo è vuoto di Cristiano De Andrè e le brillanti e molto ballabili L’unica dei Perturbazione e Così lontano di Giuliano Palma; a farmi compagnia in cuffia sono rimaste solo le prime due. Ti porto a cena con me, rimasta al fondo della classifica  ha fatto centro fin dalla prima serata e, ne sono quasi certa, sarà una delle più gettonate in radio. Ciò che rimane, lo sanno molto bene anche gli artisti più grandi, è ciò che lascia un segno fin dal primo ascolto, soprattutto in un contesto come quello sanremese: non si dimentica un testo orecchiabile e diretto interpretato da una voce bella o comunque interessante sulle note di un empatico accompagnamento musicale. Vogliamo raccontarci che la seconda classificata Liberi o no, o la terza classificata Ora hanno a che fare con la musica popolare? Mentiremmo. Avrebbero forse avuto una maggiore ragion d’essere in un club penso, dove non potrebbero però competere con i grandi artisti che da sempre suonano nelle realtà “di nicchia” e che fanno musica vera senza il bisogno di recitare la parte dei posseduti/aspiranti artisti alternativi al pianoforte. Non metto in dubbio che ci sia tanto studio alle spalle di un Gualazzi o di un Rubino, sono inesperta in materia strumentistica e non posso più di tanto parlare, ma una buona scuola e tanto studio non sono sufficienti a fare un vero artista, e quello che vedo oltre a delle indubbie qualità tecniche è solamente tanto fumo, mascherato da originalità ed evidentemente scambiata per talento da una discutibile giuria di qualità capeggiata dal regista cinematografico Paolo Virzì, bravo quanto vuoi, ma pur sempre esperto di cinema e non di musica. Come mai, mi domando, ai vari Festival del Cinema a nessuno è ancora venuto in mente di mandare in giuria Gino Paoli o Gianni Morandi?

Fazio e Litizzetto

A differenza di questa giuria di qualità, che ha deciso snobisticamente di penalizzare le scelte più “popolari” (Renga appariva ai primi posti secondo il giudizio del pubblico), per mostrare una discutibile competenza osannando a priori il “famolo strano”, io continuo ad avere una mia idea ben definita di canzone “sanremese”. E voglio continuare a premiare la semplicità, che non deve essere confusa con “banalità”, voglio premiare i testi che si capiscono al volo, o anche a distanza di tempo, ma che  riesci comunque a fare tuoi, quelli che raccontano una storia vera, emozionando. È vero che la strada più immediata per lasciare il segno è spesso quella di parlare d’amore e di sentimenti, è la via più facile da intraprendere per farsi ricordare e la seguono molti artisti, a volte in buona fede e a volte no, ma è altrettanto vero che sono molto pochi quelli che riescono ad andare in altre direzioni facendolo in maniera significativa e, mi duole dirlo, sono solo i grandi maestri farlo, quelli che puoi addirittura ritrovare nei libri di letteratura insieme ai poeti. E a Sanremo i poeti di solito non ci vanno e se lo hanno fatto, sono stati talmente innovativi che in classifica sono stati sì primi, ma partendo dal fondo.

Non è semplice essere semplici – Luca Carboni

1390498255_luca-carboni-biglietti

O ti piace  o lo detesti, Luca Carboni fa questo effetto. Sono stata criticata più di una volta per questo mio debole per Luca “il melenso”, quello che canta con quella voce un po’ lamentosa di farfalline depresse, tossicodipendenti all’insaputa di Silvia e di cuori sotto shock che ogni tanto fanno ciock. Eppure c’è poco da fare, a me il suo modo di cantare e la sua dolcezza piacciono da morire e mi emozionano spesso, anche se l’età degli amori adolescenziali che lui canta è finita da un pezzo e le immagini da cartolina di mari, tramonti e sabbia sulla pelle da baciare che lui spesso usa, sono roba trita e ritrita, forse pure sopravvalutata. Forse è proprio quello il bello, l’evasione, la possibilità di essere catapultati con la musica in una città che è solo tua, perchè lì vivono i tuoi ricordi. Mi hanno fatto sempre questo effetto le sue canzoni, fin da ragazzina quando con i pochi risparmi, mi compravo le sue cassette taroccate dagli ambulanti: audio terrificante, ma risparmio assicurato.

I ricordi del mare

C’è un piacere che va oltre il semplice ascolto, perché allo stesso tempo trovi delle immagini e delle situazioni ben definite fatte di tanti rumori, colori e profumi che conosci molto bene. C’è il sapore di quel bacio tanto atteso, il colore di un amore travolgente, il rumore forte delle risate con le tue amiche,  o quello più dolce delle onde del mare della Riviera Adriatica, dove hai passato tante estati insieme allo zio che ti comprava la piadina, di cui riesci ancora a sentire il sapore. E non è forse arte questa? Lo è tutto ciò che ti porta altrove grazie a un artista che ti ci accompagna con la delicatezza delle parole pure e un accompagnamento strumentale perfetto che non smette di stupire e migliorare col passare degli anni. E poi non c’è solo nostalgia con Luca Carboni, non fraintendiamolo, non manca la grinta in tanti suoi pezzi e l’ironia di chi parla d’amore e sentimenti ma al tempo stesso sa che in questa vita frenetica non c’è mai troppo tempo per piangersi addosso. Perchè anche una vita raccontata nel suo modo più semplice alla fine risulta complessa e ti impone di farti o inventarti il fisico “bestiale” di un supereroe. E da uomo vero lui scrive i suoi pezzi e li canta con grande onestà, senza paura di mettersi a nudo, senza la pretesa di essere quello che non è. Gli uomini veri sanno mostrare le loro debolezze, o hanno imparato a farlo. Gli uomini veri sanno essere teneri, e te lo dicono quando hanno paura. Sanno piangere e chiedere scusa se sbagliano. Gli uomini veri non cambiano canale seccati, quando in radio passano le canzone “mielose”, perchè  anche con quelle si impara a capire le donne e un po’ più se stessi. A buon intenditor…

Non sono una Signora!

training-field

Ieri sera mi è capitato di confrontarmi con mio padre, granata fino al midollo, sugli ultimi “scandali” che hanno toccato la Juventus; è uno dei pochi che consulto quando ho voglia di parlare di calcio, data la mia più totale incompetenza in materia, il solo uomo che non mi deride quando faccio domande calcistiche sceme e che non si è ancora stancato di spiegarmi l’incomprensibile regola del fuorigioco.

La vicenda ormai è nota: la mitica, “Vecchia Signora” è stata multata a causa dei “cori ingiuriosi” dei piccoli tifosi invitati a sostituzione degli ultras già squalificati per comportamento scorretto. Quella che doveva essere una simpatica idea, un modo per portare un messaggio di sportività e leggerezza, si è trasformata in una giornata comunque riuscita, ma macchiata da tante polemiche. Alcuni si sono dichiarati indignati, altri  invece hanno minimizzato, perché in fondo “le parolacce le diciamo tutti e i ragazzini le sentono ovunque e in continuazione”.

Di tutto il discorso fatto, che ha visto mio padre più che favorevole al provvedimento, una frase mi ha colpito in particolare:

“Se ci fosse stato ancora l’Avvocato, la presa di posizione sarebbe stata netta e decisa, non avrebbe preso la vicenda alla leggera. Aveva tanti difetti, era uno che pensava che esistesse solo la sua squadra, ma la sua signorilità e sportività erano indiscutibili. Portava lo stile ovunque andasse, caratteristica  che già all’epoca era piuttosto  assente  nei presidenti delle Società più famose.”

JuventusQueste parole mi hanno fatto riflettere su cosa voglia dire amare la Juve e sentirsi juventini oggi, su quanto possa avere senso rivendicare dei valori sportivi, cercando di distinguersi  dagli altri. Ammetto di aver sorriso anche io in un primo momento sulla questione delle parolacce, una multa di 5.000 euro per aver detto “merda” non sarà stato un po’ eccessivo? Ho avuto  risposta nel momento in cui ho provato ad immaginarmi madre di un figlio adolescente e tifoso: sarei stata d’accordo sul provvedimento. Di certo non lo avrei considerato un gesto risolutivo per nessuno, ma fortemente simbolico. E di certo avrei detto a mio figlio (ridendo sotto i baffi): “La prossima volta canterai qualcos’altro”,  non: “Hai fatto benissimo.”

Il “tanto peggio, tanto meglio”, “lo fanno tutti, lo faccio anch’io”, “in giro ne sentono di peggio e comunque sono più cattivi quelli con le spranghe” non è un modo di pensare che ho mai condiviso, al contrario ho sempre sostenuto che fino a quando  ci faremo andare sempre bene tutto, in nome dei tempi moderni  che in compenso non cambiano le vecchie abitudini, dimostreremo arretratezza più che apertura mentale.

“Da sempre il calcio è il nostro “eccitante legalizzato” ha scritto Massimo Gramellini sulla Stampa. Di conseguenza ci  sentiamo autorizzati ad essere degli incivili in uno dei pochi luoghi in cui ci viene concesso, ed è per questo che ci appare del tutto risibile che dei bambini in curva imitino gli adulti che non sono, intonando un coro sboccato. Paradossalmente è come li autorizzassimo a pensare: “Ma uffa… se do del coglione al professore a scuola mi sospendono. Se dico a mamma e papà che sono dei bastardi, mi piglio due schiaffi. Adesso non posso neanche sentirmi più libero di dire merda al mio avversario allo stadio?”

È questa la realtà: in ambito calcistico (e non sportivo, attenzione!) il malcostume è da sempre tollerato, ma non è di fatto una cosa così logica. Non si sa bene perché, ma la regola vuole che per essere veri sostenitori della propria squadra si debba essere rozzi e veraci; se no non c’è gusto,  vuol dire non amiamo davvero il calcio. Di conseguenza ci appare pure logico che un gruppo di mocciosi copra di insolenze un professionista mentre fa il suo lavoro. Fa parte del gioco, è strapagato anche per questo evidentemente. Sarebbe poi interessante sapere che aumento di stipendio pretenderebbe un medico per sentirsi cantare “OOOHHHH…..STRONZO!!” in sala operatoria, o un pubblico ministero durante l’arringa in tribunale, o l’insegnante mentre spiega un esercizio alla lavagna.

A volte penso che ci sia più voglia di sfogare la rabbia repressa che fare il tifo in allegria, e alla fine non c’è niente di più liberatorio che insultare qualcuno che tanto non potrà mai controbattere, insieme ad altre pecore in coro e mai da soli, perché  “la pecora” presa singolarmente ha paura. Di certo non si prenderà mai  la briga di andare dal Brkic, o dal Buffon di turno  a urlargli in faccia: “merdona, merdina, o pupù.”

Ci hanno abituato a pensare che devono essere le istituzioni come la famiglia e la scuola a provvedere all’educazione e all’istruzione di un giovane ed è vero, guai se venissero a mancare,  ma sarebbe bene cominciare ad andare oltre. Sostenere a priori che lo sport o  il calcio sono un’altra cosa è una forma di comodo pregiudizio, perchè è molto probabile che un bambino sarà molto più propenso a prendere insegnamenti di vita  dalla sua squadra del cuore e dal giocatore che ama, piuttosto che dal vecchio professore o dai genitori che non ascolta per principio.

Se amare la Juve vuol dire amare ancora la Vecchia Signora, la squadra di Gianni Agnelli simbolo di indiscutibile eleganza e sportività, proviamo a tornare a quei valori old style che rappresentavano così bene un certo modo di essere e di pensare, ma facciamolo con la mente più aperta, e con l’intelligenza di chi ha saputo superare i luoghi comuni, traendo profitto anche dalle cattive esperienze.

Juventus_h_partb

Quando l’attore diventa marionetta. Lo stupro di “Ultimo tango a Parigi”

È un po’ di giorni che circola sui social network la rivelazione shock rilasciata dal regista Bernardo Bertolucci a proposito di una delle scene più famose del suo lungometraggio “Ultimo Tango a Parigi”, quella del rapporto violento imposto dal protagonista Marlon Brando all’attrice co-protagonista Maria Schneider. Quando vidi per la prima volta il film, molti anni fa, rimasi molto colpita e turbata da quelle immagini violente e dolorose: una giovane  donna intrappolata in una relazione morbosa e tormentata con un uomo maturo (o degenerato 60enne?) che viene presa a tradimento e costretta ad avere un rapporto anale, mentre urla, piange e si dispera. Era finzione, per quel che ne sapevo, ma ne rimasi comunque profondamente disturbata, interiorizzai quella sofferenza e quello strazio come non mai.

Ultimo tango a Parigi

Nel 2007, a distanza di quasi 40 anni,  sono arrivate le prima confessioni dell’attrice (morta poi nel 2011 ) sul Daily Mail:

Quella scena non era prevista nella sceneggiatura. Io mi sono rifiutata, ma poi non ho potuto dire di no. Avrei dovuto chiamare il mio agente o il mio avvocato perché non si può obbligare un attore a fare qualcosa che non è nella sceneggiatura. Ma all’epoca ero troppo giovane, non lo sapevo. Così fui costretta a sottopormi a quella che ritengo essere stata una vera violenza. Le lacrime che si vedono nel film sono vere. Sono lacrime di umiliazione“.

Ed è recente la conferma quasi compiaciuta del regista stesso:

Abbiamo deciso di non dire niente a Maria per avere una reazione più realistica, non di attrice ma di giovane donna. Lei piange, urla, si sente ferita. E in qualche modo è stata ferita perché non le avevo detto che ci sarebbe stata la scena di sodomia e questa ferita è stata utile al film. Non credo che avrebbe reagito in questo modo se l’avesse saputo. Sono cose gravi ma è anche così che si fanno i film: le provocazioni a volte sono più importanti delle spiegazioni. E’ anche in questo modo che si ottiene un certo clima, non saprei come altrimenti. Maria aveva vent’anni. Per tutta la vita è stata rancorosa nei miei confronti perché si è sentita sfruttata. Purtroppo succede quando si è dentro un’avventura che non si comprende, lei non aveva i mezzi per filtrare quello che succedeva. Forse sono stato colpevole ma non potranno portarmi in tribunale per questo

Marlon Brando, scomparso nel 2004, non lasciò mai alcuna dichiarazione in merito.

Ho riletto le due interviste più e più volte e ogni volta è stata una fitta allo stomaco, ma forse ciò che mi fa stare anche peggio è vedere l’indifferenza di chi mi sta intorno. Ma come? Ci indignano tanto, e giustamente, contro la violenza sulle donne e non siamo in grado di spendere  neanche una parola sulla confessione di un abuso ad opera di due uomini, di due professionisti amati e stimati nel mondo del cinema?

Bernardo Bertolucci è stato  materia d’esame per me, l’ho amato, apprezzato e ho visto tutti i suoi film. Quando incontrò noi studenti all’Università fu un momento davvero importante e capivo molto bene quello che diceva perché in quel periodo oltre ad essere studentessa di cinema, mi stavo diplomando alla scuola per attori. È frequente e utile che il regista “approfitti” di certi stati d’animo reali dei “suoi” attori per portarli nella finzione, il rapporto che si instaura tra attore e regista è spesso molto forte e ci deve essere un atteggiamento di grande fiducia ai fini del raggiungimento dell’obiettivo artistico.

Ma mi sembra piuttosto evidente che certi limiti NON POSSONO e NON DEVONO essere oltrepassati.

Non mi si venga a dire che “le provocazioni sono più importanti delle spiegazioni” per legittimare le proprie perversioni, o semplicemente i propri capricci di uomo evidentemente amareggiato dalla vita, che ha basato la maggior parte della sua filmografia sulle personali ossessioni (l’incesto è la più frequente). Molti dei suoi film sono autentici capolavori, ma è altrettanto vero che si rimane spesso dirsarmati di fronte a certe scene di efferata crudeltà.

Non confondiamo l’arte con l’ordinaria delinquenza. Maria Schneider all’epoca aveva 20 anni, e se queste confessioni che ancora mi lasciano dubbiosa sono vere, devono far indignare, non stuzzicare o destare una morbosa curiosità.

Dov’è l’indignazione dei cinefili intellettuali di sinistra, sempre schierati in prima fila per le cause più nobili? Dov’è la costernazione dei grandi nomi della cinematografia, la solidarietà dei colleghi attori, la denuncia dei giornalisti sulle blasonate rubriche dei quotidiani?

Non c’è. E sapete perché?

Per un tacito e imbarazzante silenzio-assenso.

Ultimo tango a ParigiLa celebre “scena del burro” di “Ultimo Tango” è stata una violenza vera e propria documentata su video, niente di così diverso da quello che potrebbe fare un qualsiasi criminale, filmando un atto di crudeltà col telefonino e postandolo in rete. Con una sottile differenza: nel secondo caso il video incriminato verrebbe condiviso dagli amici teppisti che una volta scoperti, verrebbero denunciati e condannati al carcere; nel primo caso invece il reato è parte di un “film” che è stato visto da tutto il mondo, ha avuto una nomination all’Oscar, ed è tuttora definito un capolavoro della cinematografia.

Riflettiamo, soprattutto se siamo attori, o abbiamo avuto a che fare per qualsiasi motivo con questo mondo, a volte così crudele e illusorio.  Lo sappiamo bene che la violenza, di qualsiasi genere, non è mai giustificabile. Ho sentito molto spesso fare discorsi preoccupanti da certi registi: l’attore deve essere cera nelle mani del proprio “maestro” e accettare con fiducia incondizionata tutto quello che gli viene imposto.

Sono molto contenta ed orgogliosa di essermi sempre ribellata a questo modo di pensare ed agire, e ben poco importa se non farò mai davvero questo mestiere. Perché la dignità umana e il rispetto della persona vengono prima di tutto. E non c’è regista, compenso e opera d’arte che tenga.

Marlon Brando e Bernardo Bertolucci avrebbero dovuto essere denunciati, uno come attuatore e l’altro come complice, nonché mente di una violenza sessuale.

È risaputo che in Italia e nel mondo, ce ne sono molti di professionisti del settore violenti e pervertiti, la loro fama e il loro potere sono arrivati ad un punto tale che si sentono (e di fatto sono) legittimati a fare tutto ciò che vogliono, in nome di un arte che non c’è. Sfruttamento e malcostume sono le definizioni più corrette.

Se accettiamo tutto questo e non li denunciamo siamo complici, oltre che vittime.