Sono una ragazza semplice, ma arriverò molto lontano – Miss Italia 2014

Simona Ventura

Quasi quasi preferivo quelle edizioni in cui le aspiranti Miss Italia restavano mute e si presentavano per quello che erano: belle ragazze che aspiravano a vincere un concorso di bellezza.

Negli ultimi anni invece la tendenza è cambiata, e risulta indispensabile dimostrare che queste giovani donne sono dotate di un cervello, non solo perfettamente funzionante (e fin qui sarebbe auspicabile…), ma addirittura  sopra la media.

A questo Q.I particolarmente sviluppato devono aggiungersi inoltre innate doti di “tuttofare”.

Sarebbe anche una belle intenzione se non fosse che, per le modalità con cui viene condotto il tutto, si ottiene l’effetto contrario e ci si ritrova davanti ad un gruppo di ragazzine 18/20enni che con voce cinguettante urlano all’unisono tutte più o meno lo stesso motivetto: “Io sono diversa dalle altre, io mi distinguo per le mie particolarità: sono umile, ma piena di ambizioni, moderna e conservatrice, bella fuori, ma soprattutto dentro.

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Il risultato risulta poco convincente e il monotematico “Io sono io, io sono io, io sono io” appare quasi come la disperata richiesta di riconoscimento della propria unicità dell’ennesimo numero/corpo  perfetto in mezzo agli altri numeri/corpi altrettanto perfetti.

“Sono Marisa, Miss Lines Seta Ultra di Canicattì, cucino, lavo e stiro da Dio e da grande intraprenderò la carriera diplomatica, altrimenti faccio l’attrice e divento più brava di Angelina Jolie. Preferite che vi faccia il triplo salto mortale, oppure la ruota?”

E mentre Marisa non ha ancora finito di parlare fa il suo ingresso Rosaria che arriva di Latina; è sprovvista di congiuntivi, ma piuttosto ferrata nell’imitazione dell’orango in calore (specifico che non sto inventando!), nel tempo libero compone sonetti e recita Shakespeare (sto inventando!).

Giuria Miss Italia

Non manca il momento serioso tra una sfilata, un balletto e una chiacchierata col tupè di Sandro Mayer: quello dedicato alle donne che hanno sofferto ma hanno trovato la forza di rialzarsi. Sopraggiunge Maria, chiamata a gran voce da una Simona Ventura sempre più eccitata e urlante. “Un applauso a Maria che non ha passato il turno ma ci è rimasta nel cuore dopo che le hanno asportato la milza, spappolata  dal fidanzato violento. C’è qualcosa che ti senti di dire agli italiani che ci seguono da casa, Maria?”

La ragazza tace e quasi scappa piangendo.

Resto perplessa di fronte a questo modo così grossolano di fare televisione, di questa malafede camuffata pedestremente da buone intenzioni, di questo modo così superficiale di dimostrare che anche le belle donne hanno una testa pensante.

Se questi sono gli strumenti, scappiamo pure a gambe levate, oppure lasciamole mute, come ho già detto provocatoriamente.

Domandiamoci piuttosto se, nel 2014, nell’era che ci piace definire “2.0”, possa avere ancora un senso proporre un simile concorso che di rappresentativo e innovativo ha  ben poco e che ha sempre fatto discutere, per le modalità con cui viene eletta annualmente la più bella del Paese. Si abbia il coraggio di chiudere un programma retrogrado e si dia spazio a nuove idee per dare voce alle donne, belle o brutte che siano, senza bisogno di ridicolizzarle o strumentalizzarle in maniera così ipocrita e davvero poco credibile.

I Mondiali visti da una profana

Italia fuori dal Mondiale

Ma non sarà ancora un po’ presto per tirare le fila di questo Mondiale 2014? Non per l’Italia che in seguito ad un girone davvero deludente se ne ritorna a casa con le pive nel sacco e l’amaro in bocca.

Lo abbiamo dovuto constatare in più occasioni, gli ottavi sono un vero dilemma per noi, che anche nei momenti migliori, ci siamo spesso arrivati per il rotto della cuffia, ma questa volta ci avevo davvero sperato, dopo la prima bella vittoria contro l’Inghilterra. “Se abbiamo affrontato bene la partita d’esordio con l’Inghilterra, è un ottimo segno” mi sono detta, ma ahimè, è cosa risaputa che nel calcio tutto può sempre succedere, che l’impossibile diventa possibile e che si deve dire “fine”, soltanto al termine della partita. E così è stato.

BalotelliPosso parlare solo in base alle mie sensazioni, perché  giudizi tecnici non sono certo in grado di darne, ma da profana del calcio, mi sento di dire che ce ne andiamo dal Mondiale meritatamente. Che l’ultimo arbitraggio possa essere stato abbastanza discutibile lo ritengo anch’io, il cartellino rosso a Marchisio mi ha lasciato perplessa, soprattutto in un contesto da campo di battaglia dove se ne sono viste di tutti i colori, morsi compresi e su quest’ultimo argomento andrebbe aperta una parentesi mai più finita; mi limiterò ad osservare che evidentemente lo sport non è cosa per tutti, e che determinati personaggi dovrebbero stare in un centro di sanità mentale a sfogare la violenza repressa, e non certo su un campo a tirare calci al pallone.  Ma a parte questo, rimane il fatto che le squadre valide e affiatate sono in grado di vincere le partite a prescindere da arbitraggi più o meno imparziali. Troppe volte negli ultimi anni mi sono ritrovata ad assistere a salottini post partita dove si parlava più di malasorte e arbitri cattivi, che di giocatori scadenti.

Quello che ho visto martedì 24, sempre da inesperta osservatrice di partite, è stata una squadra non solo deludente, ma completamente spaesata e per nulla battagliera. Una squadra quasi rassegnata, o meglio poco interessata a quello che stava facendo e attaccata alla maglia più in conferenza stampa e su Twitter, che sul campo. Una squadra di molto inferiore a buona parte di quelle che ho visto competere nei vari gironi. Si è parlato molto del problema del clima, così caldo e umido da impedire di correre a chi non ci è abituato, eppure altrettante squadre, certamente non avvezze a climi tropicali, hanno corso instancabilmente fino alla fine e giocato egregiamente. Hanno disputato competizioni degne di chiamarsi tali, hanno fatto il mestiere per cui sono pagati e fatto divertire, regalando emozioni ai loro tifosi. Penso alla solita Germania, eterna candidata alle semifinali, a un’Olanda di supereroi in forma smagliante, all’odiata e sempre rivale Francia, che si è ritrovata in un girone non difficile, ma che in ogni caso ha fatto il suo dovere, vincendo due partite su tre con un 3 a 0 contro l’Honduras e un 5 a 2 contro la Svizzera.

Olanda, gol di testa

Tutto da rifare per noi, cacciati dal Mondiale per la seconda volta consecutiva; campioni del mondo nel 2006 e finalisti agli europei del 2012, abbiamo ben poco da riflettere perché di filosofia inutile e spiccia  forse ne abbiamo fatta fin troppa, in quello ci siamo dimostrati dei geni.

“La palla, la palla è rotonda” ci ha cantato Mina fino allo sfinimento in questa avvilente edizione mondiale, e partendo da questo semplice concetto vi conviene ripartire, cari giocatori griffati, profumati e imbellettati più della Paris Hilton dei tempi migliori. Il genio e la follia non ci sono mai mancati, e più di una volta ci hanno portato lontano, forse va ritrovata la voglia non solo di vincere, ma anche di lottare con le unghie e coi denti per meritare la vittoria.

Meno dichiarazioni, meno foto su Facebook, meno tweet, meno gossip… più gambe, più cuore, più audacia, e soprattutto più orgoglio.

E se il Talent lo vince la suora… The Voice 2014

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Niente male questa seconda edizione di The Voice, un Talent che per molti aspetti si è dimostrato diverso dagli altri. Mi è sembrato più libero, più aperto alla sperimentazione e, cosa più che positiva e intelligente, ha aperto i provini agli artisti di tutte le età.

È più che giusto puntare sui giovani talenti, ma al tempo stesso può rivelarsi un’arma a doppio taglio. E poi dove sta scritto che ci devono essere limiti d’età per realizzare il proprio sogno di farsi strada nel mondo della musica? Al contrario, sono spesso  proprio gli over 25 ad essere i più meritevoli grazie alla loro maturità ed esperienza precedentemente maturata. Credo inoltre sia rischioso puntare solo su ragazzi appena maggiorenni e chi lo fa, talvolta, conduce un’operazione scorretta il cui unico fine è quello di plasmarli a proprio uso e consumo, strumentalizzarli e abbandonarli poi al loro destino nel momento in cui si ritiene che non abbiano più niente da dare. Puntare invece su persone parzialmente o totalmente formate, che hanno fatto già la loro gavetta caratterizzata anche da  rifiuti e porte in faccia, da sacrifici e numerose lezioni o scuole di canto, può essere invece un ottimo punto di partenza. I due finalisti di The Voice, la 25enne Suor Cristina Scuccia e il 28enne Giacomo Voli, hanno svolto all’interno della trasmissione un percorso molto interessante. Entrambi giovani (ma non troppo!) e agli antipodi sia caratterialmente che artisticamente, hanno dimostrato di avere alle spalle basi piuttosto solide.

Suor Cristina e Giacomo Voli

I miei pronostici che li avevano immaginati in finale si sono avverati, ed era quello che effettivamente speravo. Era facile scommettere sulla vittoria di suor Cristina, anche se era più meritevole Giacomo, e non per un giudizio puramente soggettivo, direi: una voce davvero pazzesca, malleabile ed extra-ordinaria, supportata da una fortissima presenza scenica 100% puro rock.  A differenza di molti però, non giudico e non critico la vittoria della suora siciliana. Vogliamo ripetere come un disco rotto che non aveva la voce più bella di tutti e che è stato premiato più l’abito che la cantante? Facciamolo pure, ma dimostreremmo scarsa intelligenza e lungimiranza. Vogliamo continuare ad affermare che le suore devono stare chiuse in convento  a pregare tutto il giorno?  Ci dimostreremmo poco aperti e un po’ ottusi. Chiariamolo subito: i cosiddetti preti o suore eterni ospiti di talk show  con manie di protagonismo, non sono mai piaciuti anche a me, ma il “fenomeno suor Cristina” non ha fatto alcun danno e tolto niente a nessuno, proprio grazie al suo modo limpido e onesto di  porsi e vivere la trasmissione dall’inizio alla fine. “Ho un dono e ve lo dono” ha esordito durante la prima puntata di fronte ai quattro giudici increduli e sorpresi e così ha fatto senza mai perdere di vista se stessa ed esagerare. Ha lavorato sodo come tutti, è cresciuta e migliorata. È stata accolta in maniera positiva da J-Ax, ma anche da Pierò Pelù, Noemi e Raffaella Carrà e non riesco davvero a capire perché non sono stati in grado di farlo tutti; forse perché alla fine siamo pieni di preconcetti e di ipocrisie, che ci fanno risultare particolarmente aperti quando “il diverso” di turno è di tendenza,  ma ci fanno invece arricciare il naso quando la diversità invece veste i panni di una suora. In questo caso  allora non “fa figo”, non regala quel tocco di brio e di colore che gli stereotipi del momento invece assicurano.

È molto probabile che se Cristina non fosse stata una suora non sarebbe arrivata fino in fondo, ma non è quello il punto e anche per questo penso che The Voice abbia fatto centro. È arrivato un messaggio perfettamente in linea con la modernizzazione che da tempo si chiede alla Chiesa e a dare il suo piccolo contributo ci ha pensato una ragazza semplice di 25 anni, che ha scelto di intraprendere una strada diversa e forse più difficile rispetto a sue coetanee, ma che non per questo deve essere condannata a non realizzare i propri obiettivi, pur nel rispetto dei suoi impegni religiosi.

Si usa dire ancora adesso, alle donne che si lamentano di non  avere prospettive e progetti di vita: “Puoi sempre chiuderti in convento!”.  Non vedo perché augurare la clausura a chi invece, ha doti, temperamento e talento e che, nonostante questo, pur registrando un disco con la Universal continuerà la sua vita ecclesiale di sempre senza montarsi la testa, a differenza di tante, forse troppe, sgallettate meteore.

Il Festival degli artifizi – Sanremo 2014

Ha vinto Arisa con un pezzo dei suoi, uguale a tanti altri. L’annuncio mi è arrivato questa mattina alla radio, perché per la prima volta da quando seguo il Festival di Sanremo non ho assistito alla proclamazione finale, ma al contrario ho spento la televisione e anche piuttosto seccata nell’essere messa al corrente che a giocarsi la partita decisiva sarebbero stati la già citata Rosalba Pippa, lo sconosciuto Renzo Rubino e il detestabile Raphael Gualazzi con le sue urla da evirato accompagnate da fanatici  strimpellamenti, molto apprezzati evidentemente  anche dal molto saltellante e poco prezioso Rubino. Ma è chiaro che le artificiosità pagano, e ben poco importa se le qualità vocali e testuali abbiano lasciato alquanto a desiderare; passeranno queste canzoni e senza lasciare traccia, questo è quello che penso, da parziale inesperta della musica ma comunque attenta ascoltatrice di musica italiana e seguace del Festival dalla più tenera età. Parleranno i fatti, le vendite dei dischi e i singoli scaricati dalla rete che, è risaputo, spesso non premiano i vincitori della storica Kermesse. Salvo cinque canzoni di questo Festival, e solo due sono state già inserite nel mio lettore.

Sanremo-2014

Ho salvato la romanticamente intimista Ti porto a cena con me di Giusy Ferreri, la struggente Vivendo adesso di Francesco Renga che ho cominciato ad apprezzare solo nella serata finale, la profonda Il cielo è vuoto di Cristiano De Andrè e le brillanti e molto ballabili L’unica dei Perturbazione e Così lontano di Giuliano Palma; a farmi compagnia in cuffia sono rimaste solo le prime due. Ti porto a cena con me, rimasta al fondo della classifica  ha fatto centro fin dalla prima serata e, ne sono quasi certa, sarà una delle più gettonate in radio. Ciò che rimane, lo sanno molto bene anche gli artisti più grandi, è ciò che lascia un segno fin dal primo ascolto, soprattutto in un contesto come quello sanremese: non si dimentica un testo orecchiabile e diretto interpretato da una voce bella o comunque interessante sulle note di un empatico accompagnamento musicale. Vogliamo raccontarci che la seconda classificata Liberi o no, o la terza classificata Ora hanno a che fare con la musica popolare? Mentiremmo. Avrebbero forse avuto una maggiore ragion d’essere in un club penso, dove non potrebbero però competere con i grandi artisti che da sempre suonano nelle realtà “di nicchia” e che fanno musica vera senza il bisogno di recitare la parte dei posseduti/aspiranti artisti alternativi al pianoforte. Non metto in dubbio che ci sia tanto studio alle spalle di un Gualazzi o di un Rubino, sono inesperta in materia strumentistica e non posso più di tanto parlare, ma una buona scuola e tanto studio non sono sufficienti a fare un vero artista, e quello che vedo oltre a delle indubbie qualità tecniche è solamente tanto fumo, mascherato da originalità ed evidentemente scambiata per talento da una discutibile giuria di qualità capeggiata dal regista cinematografico Paolo Virzì, bravo quanto vuoi, ma pur sempre esperto di cinema e non di musica. Come mai, mi domando, ai vari Festival del Cinema a nessuno è ancora venuto in mente di mandare in giuria Gino Paoli o Gianni Morandi?

Fazio e Litizzetto

A differenza di questa giuria di qualità, che ha deciso snobisticamente di penalizzare le scelte più “popolari” (Renga appariva ai primi posti secondo il giudizio del pubblico), per mostrare una discutibile competenza osannando a priori il “famolo strano”, io continuo ad avere una mia idea ben definita di canzone “sanremese”. E voglio continuare a premiare la semplicità, che non deve essere confusa con “banalità”, voglio premiare i testi che si capiscono al volo, o anche a distanza di tempo, ma che  riesci comunque a fare tuoi, quelli che raccontano una storia vera, emozionando. È vero che la strada più immediata per lasciare il segno è spesso quella di parlare d’amore e di sentimenti, è la via più facile da intraprendere per farsi ricordare e la seguono molti artisti, a volte in buona fede e a volte no, ma è altrettanto vero che sono molto pochi quelli che riescono ad andare in altre direzioni facendolo in maniera significativa e, mi duole dirlo, sono solo i grandi maestri farlo, quelli che puoi addirittura ritrovare nei libri di letteratura insieme ai poeti. E a Sanremo i poeti di solito non ci vanno e se lo hanno fatto, sono stati talmente innovativi che in classifica sono stati sì primi, ma partendo dal fondo.

Non è semplice essere semplici – Luca Carboni

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O ti piace  o lo detesti, Luca Carboni fa questo effetto. Sono stata criticata più di una volta per questo mio debole per Luca “il melenso”, quello che canta con quella voce un po’ lamentosa di farfalline depresse, tossicodipendenti all’insaputa di Silvia e di cuori sotto shock che ogni tanto fanno ciock. Eppure c’è poco da fare, a me il suo modo di cantare e la sua dolcezza piacciono da morire e mi emozionano spesso, anche se l’età degli amori adolescenziali che lui canta è finita da un pezzo e le immagini da cartolina di mari, tramonti e sabbia sulla pelle da baciare che lui spesso usa, sono roba trita e ritrita, forse pure sopravvalutata. Forse è proprio quello il bello, l’evasione, la possibilità di essere catapultati con la musica in una città che è solo tua, perchè lì vivono i tuoi ricordi. Mi hanno fatto sempre questo effetto le sue canzoni, fin da ragazzina quando con i pochi risparmi, mi compravo le sue cassette taroccate dagli ambulanti: audio terrificante, ma risparmio assicurato.

I ricordi del mare

C’è un piacere che va oltre il semplice ascolto, perché allo stesso tempo trovi delle immagini e delle situazioni ben definite fatte di tanti rumori, colori e profumi che conosci molto bene. C’è il sapore di quel bacio tanto atteso, il colore di un amore travolgente, il rumore forte delle risate con le tue amiche,  o quello più dolce delle onde del mare della Riviera Adriatica, dove hai passato tante estati insieme allo zio che ti comprava la piadina, di cui riesci ancora a sentire il sapore. E non è forse arte questa? Lo è tutto ciò che ti porta altrove grazie a un artista che ti ci accompagna con la delicatezza delle parole pure e un accompagnamento strumentale perfetto che non smette di stupire e migliorare col passare degli anni. E poi non c’è solo nostalgia con Luca Carboni, non fraintendiamolo, non manca la grinta in tanti suoi pezzi e l’ironia di chi parla d’amore e sentimenti ma al tempo stesso sa che in questa vita frenetica non c’è mai troppo tempo per piangersi addosso. Perchè anche una vita raccontata nel suo modo più semplice alla fine risulta complessa e ti impone di farti o inventarti il fisico “bestiale” di un supereroe. E da uomo vero lui scrive i suoi pezzi e li canta con grande onestà, senza paura di mettersi a nudo, senza la pretesa di essere quello che non è. Gli uomini veri sanno mostrare le loro debolezze, o hanno imparato a farlo. Gli uomini veri sanno essere teneri, e te lo dicono quando hanno paura. Sanno piangere e chiedere scusa se sbagliano. Gli uomini veri non cambiano canale seccati, quando in radio passano le canzone “mielose”, perchè  anche con quelle si impara a capire le donne e un po’ più se stessi. A buon intenditor…

Forse fa male, eppure mi va… Lorenzo negli Stadi 2013

Jovanotti negli Stadi

Questa volta mi tocca iniziare il mio post in toni polemici. Come ben sapete, non sono certo una che si tira indietro quando c’è da criticare, ma sicuramente da quando ho creato questo blog, non sono mai stata astiosa parlando dei concerti a cui ho assistito, anzi, i miei toni sono sempre stati entusiastici e positivi.

E allora concedetemi solo di fare una piccola riflessione critica, prima di passare a parlare della performance mozzafiato di Lorenzo Cherubini alias Jovanotti. Ciò che conta alla fine è sempre è solo la musica e quando l’artista è bravo e si concede al suo pubblico ininterrottamente per quasi tre ore regalando un grande spettacolo,  alla fine riesci pure a dimenticare la disonestà e la malafede di chi ha avuto il coraggio di venderti un biglietto con vista “gabbione ” di metallo invece che vista palco. E voi a questo punto penserete:

“E certo, se prendi un ticket all’ultimo momento e spendi 20 euro  cosa ti vuoi aspettare, se non  il peggiore dei trattamenti?”

Per la cronaca, il biglietto è costato la bellezza di 62 euro ed è stato comprato a gennaio. I presupposti per vedere il bravo Lorenzo da un ‘ottima posizione c’erano tutti, dal momento che ci trovavamo piuttosto vicini al palco, nel settore 119 del I livello,  e invece niente. Il mio occhio “che voleva la sua parte” in questo caso si è dilettato a contemplare casse e mixer elegantemente posizionati su quattro  piani d’acciaio che OVVIAMENTE ti impedivano anche la visuale del maxi schermo centrale.

Fortunatamente la musica va ascoltata più che guardata e quello di ieri è stato un gran bell’ascoltare, ma in futuro  inviterei caldamente gli organizzatori a comportarsi in maniera più corretta. Non finirete in miseria perchè  avete venduto  qualche biglietto in meno, oppure  perchè li avete rilasciati  a metà prezzo. Anche avvertire il malcapitato del rischio che corre, optando per una simile scelta non sarebbe una cattiva idea o ancora, genialità delle genialità, riceverete addirittura applausi e ovazioni finali se farete posizionare il palco  in maniera più “astuta”, in modo da garantire a tutto il pubblico PAGANTE una visuale almeno decente.

Fine della polemica, inizio delle cose serie.

Jovanotti

Grande, grandissimo Lorenzo negli Stadi, una vera e propria bomba, una mina vagante che sprigiona energia e carisma da tutti i pori e ci ha regalato uno show ricco e tecnologico come ne ho visti pochi in vita mia. Tutti i suoi pezzi migliori e più famosi cantati e suonati da musicisti di prim’ordine, sullo sfondo di immagini spettacolari e indimenticabili. Un trionfo di vita, gioia e colori, prevalentemente elettrici come il look di questo artista “forever young” che non ha paura di osare con gli abbinamenti più stravaganti e perfettamente in linea con lo spirito di una serata bella…come come un’armonia, come l’allegria, come una poesia, o madonna mia.

Momenti rap, momenti funky, momenti dance e momenti molto toccanti. È difficile che un concerto dal vivo riesca a commuovermi, c’è riuscito per la prima volta Vasco un mese fa con Domenica Lunatica e adesso c’è riuscito pure Jovanotti, in maniera del tutto inaspettata. Obiettivamente non sono mai stata una fan, ma è anche vero che i suoi pezzi li conosco quasi tutti e, ascoltati dal vivo, complice un’atmosfera davvero suggestiva, sono entrati dritti dritti nella pancia e hanno fatto il loro effetto. Ci sono attimi che ti colgono di sorpresa e ti fanno capire in maniera molto chiara chi vorresti avere accanto a te mentre ascolti quelle canzoni e non solo: mentre assisti a tutti i concerti del mondo. La cattiva visuale allora sarà l’ultimo dei tuoi problemi.

Mi fido di te

È la cosa più bella del mondo avere qualcuno in cui credere e a cui dare incondizionatamente la propria fiducia, ma nello stesso tempo è difficile, se lo si vuole fare in modo non superficiale.

Tante volte si rimane scottati e ci si pente, tante volte ci si lascia andare ma solo a metà, lo fa il corpo ma non la testa o viceversa. Chi riceve la tua  fiducia dovrebbe essere consapevole della gran fortuna che ha, della responsabilità che comporta avere qualcosa di così delicato e prezioso tra le mani. Qualcuno che ha deciso di non nascondersi più, lasciandosi andare completamente con la paura e al tempo stesso il desiderio di cadere… o volare, dipende da noi.

Cosa sei disposto a perdere, perché tutto questo accada?

Un discorso lasciato a metà: bentornato Vasco!

VASCO“Per riallacciare un discorso.”

“Per continuare un percorso.”

“Per riportare un po’ di gioia!”

Con questa frase, gridata al cielo venerdì sera ad inizio concerto,  Vasco, ha detto tutto ciò che c’era da dire, i “discorsi” lasciati a metà non piacciono a nessuno e di gioia ne ha riportata tanta in quelle due ore e mezza di grande performance.

Parole importanti, le più giuste per tranquillizzarci  e colmare un vuoto che è durato due anni e che ha dato molte preoccupazioni a tutti quelli che gli vogliono bene. Ce lo siamo chiesto spesso: “Ma cos’ha Vasco? Fino a che punto sta male? Tornerà a fare concerti?” Ne abbiamo lette tante di notizie sui giornali: depressione, infezioni incurabili, malattie rare, e quando qualche mese fa è stato annunciato il suo ritorno in scena nessuno ci ha creduto davvero fino in fondo, perché davvero non ci speravamo più.

E venerdì sera è stato tutto perfetto, un appuntamento tra vecchi amici con cui ci si capisce al volo senza bisogno di tante spiegazioni perché con Vasco funziona così: parlano i fatti, parla la musica. Ai suoi concerti si condividono sensazioni ed emozioni comuni, le sue canzoni le senti nello stomaco, prima che nella testa, e a volte fanno male. Siamo gente malinconica, lunatica e un po’ paranoica. “Siamo soli”, come il rocker di Zocca ci ha raccontato, c’è una parte segreta di noi che non abbiamo mai voluto svelare a nessuno e che nessuno potrà mai capire, ne siamo gelosi. Siamo pieni di nostalgia e di ricordi, momenti difficili della nostra vita, momenti bellissimi, frasi  e dettagli che non abbiamo dimenticato e che hanno un profondo legame con le canzoni del Blasco, ognuno ha le sue preferite, il verso giusto che ti riporta proprio in quel posto e in quella situazione in cui volevi stare .

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Liberi Liberi è l’album che personalmente ho più nella pelle. Ripenso ad un’estate intera, quella del 1989, passata ad ascoltare  Dillo alla luna, Ormai è tardi, Vivere senza teDomenica lunatica insieme a Rachele, nella vecchia casa di sua nonna.

“Dimenticavo che, voglio che sei tranquilla e ti prometto che uscirò dalla tua vita talmente piano che…quando ti sveglierai, non te ne accorgerai, vedrai…”

Già a quei tempi le domeniche per me erano sempre  lunatiche, fatte di malumore e di spaesamento, la fine di una settimana che  mi aveva lasciato qualcosa di bello e il preludio a qualcosa che non conoscevo e che non mi faceva stare mai tranquilla. Le mie domeniche sono “lunatiche” tuttora.

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Vasco adesso è guarito, assolutamente motivato e deciso a continuare il suo “percorso”; gli occhi sono sempre un po’ tristi, belli a azzurri come la malinconia; più volte durante la serata si commuove appoggiandosi come d’abitudine all’asta del microfono, un po’ assente e molto perso nei suoi pensieri. Lo capiamo alla perfezione, noi che lo amiamo siamo fatti così: eternamente inquieti e mai sazi, con le nostre situazioni e i troppi discorsi lasciati a metà, pensierosi e pieni di sogni, quei sogni che non si sa dove stanno e che “son pochi quelli che s’avverano”.

Consapevoli di questo, li viviamo e ce li godiamo per bene: anima e corpo, piedi per terra e testa…in Paradiso.