“One Day”: la vita è un giorno che non va sprecato

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Si può amare una sola persona per tutta la vita? E ancora: si può amare perdutamente qualcuno completamente diverso da noi per valori, stile di vita e classe sociale? One day, film con Anne Hathaway e Jim Sturgess, diretto da Lone Scherfig ci dice che sì, può succedere ma non a tutti, soltanto ai più coraggiosi, o ai pazzi. E per certi versi  instilla allo spettatore il dubbio che nulla avvenga mai per caso e che potremo passare anche una vita a decidere chi e cosa sia giusto per noi, ma non servirà a nulla, perché arriverà sempre un incontro fatale con qualcuno in grado di cambiarci e stravolgerci letteralmente la vita. Emma e Dexter, i protagonisti di questa romantica commedia non hanno a una prima occhiata nessuna carta in regola per stare insieme. Lei è un’aspirante scrittrice, semplice, sognatrice e insicura, troppo onesta per un mondo che invece onesto non è, eternamente alla ricerca di un uomo perfetto che  può solo idealizzare nelle sue poesie. Lui è il suo esatto opposto: di famiglia benestante, viziato e superficiale; non ha particolari obiettivi nella vita, disposto a tutto pur di sfondare nel mondo dello spettacolo, ma senza impegnarsi troppo; “innamorato” di tutte le donne su cui ha un gran fascino e che riesce sempre a portarsi a letto senza alcuna difficoltà. È il 15 luglio del 1988 i due si incontrano e si conoscono per la prima volta  in occasione della loro laurea e passano la notte insieme nello stesso letto, ma senza fare l’amore. “Non sono brava in queste cose”, confessa la spaesata Emma all’incredulo Dexter quasi sul punto di scappare di fronte alla prospettiva di non poterla inserire nella sua lunga lista di conquiste.

E invece rimane. Abbracciato a lei in uno scomodo letto da una sola piazza.

One day

Da quel momento tra i due si instaurerà un legame molto particolare e per 20 anni in quella stessa profetica data del 15 luglio, seguiremo un susseguirsi di eventi fatti di scontri e incontri, sentimenti contrastanti, incomprensioni e dipendenza reciproca, mai del tutto confessata. Emma, per un lunghissimo periodo di tempo resterà sola e infelice, come potrebbe esserlo la protagonista di uno dei romanzi che non riesce a pubblicare; come un’eroina classica amerà per sempre un solo uomo, non trovando in nessun altro un reale appagamento. Arriverà a mettersi insieme ad un suo collega di lavoro, senza amarlo mai, nel tentativo di colmare il vuoto provocato dall’assenza del suo Dexter i cui “vuoti” sono pure incolmabili, ma con cui preferisce convivere, fingendo una spensieratezza che non gli appartiene. Troppo debole per guardare in faccia la realtà, troppo poco coraggioso per decidere di vivere un amore da uomo maturo. Passerà buona parte del film a mentire agli altri e prima di tutto a se stesso, cercando sempre conforto in Emma “l’amica”, la sola in grado di capirlo davvero  e di ascoltarlo in mezzo al rumore, al chiacchiericcio, alla  superficialità di cui volutamente si circonda.

Ti amo Dexter, e molto. Ti amo ma non mi piaci più.

Gli dirà lei al colmo della delusione dopo una cena andata male, quasi a confermare che si può continuare ad amare follemente chi in realtà non ci piace affatto per comportamenti e stile di vita. E in questo stato di cose si può rimanere intrappolati perché non c’è razionalità che tenga, l’intesa è più forte, la pelle non mente: migliaia di Km ci potranno dividere da chi ci ha stregato e potremo anche decidere di farne a meno, ma torneremo sempre a fare i conti con una realtà che, senza chiederci il permesso,  sceglierà per noi. Dexter continuerà a vivere la sua vita in maniera disordinata,  dovrà affrontare la perdita della madre amatissima e crederà di aver trovato l’amore in una donna ricca, molto simile a lui che sposerà e da cui avrà una figlia. Il divorzio e i continui fuggiaschi incontri con Emma lo faranno gradualmente cambiare e maturare. Quasi 20 anni passati a ricorrersi, per arrivare a capire di essere innamorati come non mai.

One daySostenevano gli antichi che “Ognuno è artefice del proprio destino”, ma attraverso questo film capiamo come questa massima non non sia del tutto vera, e che forse è pura presunzione pensarlo, considerate le infinite e casuali variabili che caratterizzano la nostra esistenza: non ci sarà mai un figlio per la coppia, seppure tanto cercato, e arriverà la morte a prendersi Emma con la violenza di un incidente stradale.

Il classico lieto fine avrebbe reso probabilmente questa garbata commedia troppo mielosa e prevedibile, la tragicità degli eventi ci invita invece a ragionare. Se ne esce rattristati, ma con qualche consapevolezza in più: è l’amore che spesso sceglie al posto nostro, insieme al destino.  Potremo ritrovarci ad amare qualcuno senza sapere bene il perché,  e se saremo sempre così coraggiosi da affrontare i nostri sentimenti senza cercare vie di fuga in equilibri apparenti, allora in qualche modo una risposta la troveremo.

E solo il tempo – che non va mai sprecato, fino alla fine –  ci darà ragione.

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Quando l’attore diventa marionetta. Lo stupro di “Ultimo tango a Parigi”

È un po’ di giorni che circola sui social network la rivelazione shock rilasciata dal regista Bernardo Bertolucci a proposito di una delle scene più famose del suo lungometraggio “Ultimo Tango a Parigi”, quella del rapporto violento imposto dal protagonista Marlon Brando all’attrice co-protagonista Maria Schneider. Quando vidi per la prima volta il film, molti anni fa, rimasi molto colpita e turbata da quelle immagini violente e dolorose: una giovane  donna intrappolata in una relazione morbosa e tormentata con un uomo maturo (o degenerato 60enne?) che viene presa a tradimento e costretta ad avere un rapporto anale, mentre urla, piange e si dispera. Era finzione, per quel che ne sapevo, ma ne rimasi comunque profondamente disturbata, interiorizzai quella sofferenza e quello strazio come non mai.

Ultimo tango a Parigi

Nel 2007, a distanza di quasi 40 anni,  sono arrivate le prima confessioni dell’attrice (morta poi nel 2011 ) sul Daily Mail:

Quella scena non era prevista nella sceneggiatura. Io mi sono rifiutata, ma poi non ho potuto dire di no. Avrei dovuto chiamare il mio agente o il mio avvocato perché non si può obbligare un attore a fare qualcosa che non è nella sceneggiatura. Ma all’epoca ero troppo giovane, non lo sapevo. Così fui costretta a sottopormi a quella che ritengo essere stata una vera violenza. Le lacrime che si vedono nel film sono vere. Sono lacrime di umiliazione“.

Ed è recente la conferma quasi compiaciuta del regista stesso:

Abbiamo deciso di non dire niente a Maria per avere una reazione più realistica, non di attrice ma di giovane donna. Lei piange, urla, si sente ferita. E in qualche modo è stata ferita perché non le avevo detto che ci sarebbe stata la scena di sodomia e questa ferita è stata utile al film. Non credo che avrebbe reagito in questo modo se l’avesse saputo. Sono cose gravi ma è anche così che si fanno i film: le provocazioni a volte sono più importanti delle spiegazioni. E’ anche in questo modo che si ottiene un certo clima, non saprei come altrimenti. Maria aveva vent’anni. Per tutta la vita è stata rancorosa nei miei confronti perché si è sentita sfruttata. Purtroppo succede quando si è dentro un’avventura che non si comprende, lei non aveva i mezzi per filtrare quello che succedeva. Forse sono stato colpevole ma non potranno portarmi in tribunale per questo

Marlon Brando, scomparso nel 2004, non lasciò mai alcuna dichiarazione in merito.

Ho riletto le due interviste più e più volte e ogni volta è stata una fitta allo stomaco, ma forse ciò che mi fa stare anche peggio è vedere l’indifferenza di chi mi sta intorno. Ma come? Ci indignano tanto, e giustamente, contro la violenza sulle donne e non siamo in grado di spendere  neanche una parola sulla confessione di un abuso ad opera di due uomini, di due professionisti amati e stimati nel mondo del cinema?

Bernardo Bertolucci è stato  materia d’esame per me, l’ho amato, apprezzato e ho visto tutti i suoi film. Quando incontrò noi studenti all’Università fu un momento davvero importante e capivo molto bene quello che diceva perché in quel periodo oltre ad essere studentessa di cinema, mi stavo diplomando alla scuola per attori. È frequente e utile che il regista “approfitti” di certi stati d’animo reali dei “suoi” attori per portarli nella finzione, il rapporto che si instaura tra attore e regista è spesso molto forte e ci deve essere un atteggiamento di grande fiducia ai fini del raggiungimento dell’obiettivo artistico.

Ma mi sembra piuttosto evidente che certi limiti NON POSSONO e NON DEVONO essere oltrepassati.

Non mi si venga a dire che “le provocazioni sono più importanti delle spiegazioni” per legittimare le proprie perversioni, o semplicemente i propri capricci di uomo evidentemente amareggiato dalla vita, che ha basato la maggior parte della sua filmografia sulle personali ossessioni (l’incesto è la più frequente). Molti dei suoi film sono autentici capolavori, ma è altrettanto vero che si rimane spesso dirsarmati di fronte a certe scene di efferata crudeltà.

Non confondiamo l’arte con l’ordinaria delinquenza. Maria Schneider all’epoca aveva 20 anni, e se queste confessioni che ancora mi lasciano dubbiosa sono vere, devono far indignare, non stuzzicare o destare una morbosa curiosità.

Dov’è l’indignazione dei cinefili intellettuali di sinistra, sempre schierati in prima fila per le cause più nobili? Dov’è la costernazione dei grandi nomi della cinematografia, la solidarietà dei colleghi attori, la denuncia dei giornalisti sulle blasonate rubriche dei quotidiani?

Non c’è. E sapete perché?

Per un tacito e imbarazzante silenzio-assenso.

Ultimo tango a ParigiLa celebre “scena del burro” di “Ultimo Tango” è stata una violenza vera e propria documentata su video, niente di così diverso da quello che potrebbe fare un qualsiasi criminale, filmando un atto di crudeltà col telefonino e postandolo in rete. Con una sottile differenza: nel secondo caso il video incriminato verrebbe condiviso dagli amici teppisti che una volta scoperti, verrebbero denunciati e condannati al carcere; nel primo caso invece il reato è parte di un “film” che è stato visto da tutto il mondo, ha avuto una nomination all’Oscar, ed è tuttora definito un capolavoro della cinematografia.

Riflettiamo, soprattutto se siamo attori, o abbiamo avuto a che fare per qualsiasi motivo con questo mondo, a volte così crudele e illusorio.  Lo sappiamo bene che la violenza, di qualsiasi genere, non è mai giustificabile. Ho sentito molto spesso fare discorsi preoccupanti da certi registi: l’attore deve essere cera nelle mani del proprio “maestro” e accettare con fiducia incondizionata tutto quello che gli viene imposto.

Sono molto contenta ed orgogliosa di essermi sempre ribellata a questo modo di pensare ed agire, e ben poco importa se non farò mai davvero questo mestiere. Perché la dignità umana e il rispetto della persona vengono prima di tutto. E non c’è regista, compenso e opera d’arte che tenga.

Marlon Brando e Bernardo Bertolucci avrebbero dovuto essere denunciati, uno come attuatore e l’altro come complice, nonché mente di una violenza sessuale.

È risaputo che in Italia e nel mondo, ce ne sono molti di professionisti del settore violenti e pervertiti, la loro fama e il loro potere sono arrivati ad un punto tale che si sentono (e di fatto sono) legittimati a fare tutto ciò che vogliono, in nome di un arte che non c’è. Sfruttamento e malcostume sono le definizioni più corrette.

Se accettiamo tutto questo e non li denunciamo siamo complici, oltre che vittime.

Aspettando La Grande Bellezza

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Mi sono letteralmente precipitata al cinema colma di entusiasmo e aspettative. Illuminata e sedotta da Il Divo, mi aspettavo “mirabilia” da La Grande Bellezza. Ero certa che dopo la fine del film avrei finalmente potuto eleggere Paolo Sorrentino nella top ten dei miei cineasti preferiti ed invece non è stato così, ne riparleremo forse al prossimo lavoro. Senza ombra di dubbio un’operazione interessante, già nel momento in cui un film induce a pensare e porta alla critica e al confronto vuol dire che qualcosa sicuramente ha provocato, ma dall’altra parte bisogna anche dire che non è sufficiente lasciare “il graffio” con un bombardamento di immagini extra-ordinarie e  con un chiasso frastornante.

lagrandebellezzaUn po’ Fellini e un po’ Lynch: è questa la prima sensazione che ho avuto sin dalle prime inquadrature dove una serie di personaggi infelici e grotteschi  si muovono all’interno di scenari onirici e maestosi.  E sebbene il regista abbia negato un qualsiasi collegamento con La Dolce Vita è impossibile non ritrovarci tematiche e suggestioni similari partendo dalle forti analogie tra il cinismo e il disincanto dei giornalisti Marcello Rubini e Gep Gambardella de La Grande Bellezza. Il risultato di certo è meno soddisfacente: emulare la spettacolare poetica del grande Maestro romagnolo  è cosa pressoché impossibile oltre che molto pericolosa. L’attacco de La Dolce Vita sorprende  con l’immagine di una enorme statua di Gesù Cristo sollevata e trasportata nel cielo da un elicottero, quasi a sottolineare il continuo incontro e scontro tra fisico e metafisico, sacro e profano;  allo stesso modo fa Sorrentino nella prima parte del suo film con il brusco passaggio dalla Roma fascinosa e monumentale delle chiese e dei palazzi, alla Roma cafona da “basso impero” delle feste notturne. Dal canto melodioso e angelico di un coro di bambini alla musica dance assordante della discoteca in cui si sta festeggiando il 65esimo compleanno del protagonista del film Gambardella/Servillo. Un’interpretazione non delle migliori quella di Toni Servillo che consapevole della sua bravura, “gigioneggia” in maniera eccessiva e propone un collage di suoi personaggi già visti che piacciono, ma non regalano nuovi spunti insieme alle molte sue battute che a volte si stenta a capire perché eccessivamente biascicate. La sceneggiatura stessa è altalenante e in più momenti cade nel banale:  questo è il rischio che si corre in un film di tale portata e così pretenzioso: parole che probabilmente accetteresti nel classico e onesto  film italiano ben confezionato non le vuoi sentire lì dentro. Considero Sorrentino un regista all’avanguardia, un italiano in grado di realizzare opere per un pubblico globale, un professionista che non si accontenta di assecondare solamente il mercato italiano ed è per questo che a mia volta non sono disposta ad accontentarmi di dialoghi piacioni e di un estetismo strabordante, spesso assolutamente fine a se stesso. Non posso che rimanere compiaciuta da una serie di immagini memorabili, dalla bellissima fotografia di Luca Bigazzi e dalle pregevoli musiche di Lele Marchitelli, ma rimango delusa dalle intromissioni di immagini grottesco/cool  buttate qua e là al solo scopo di creare shock o solleticare il palato del critico radical-chic, figura che peraltro ritroviamo molto ben definita  all’ interno del film con Stefania/Galatea Ranzi, amica di Jep.

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Penso che questo film, allo stesso modo de La Dolce Vita, non proponga una vera e propria trama, ma che piuttosto  si autocostruisca e si autoalimenti. Nani, ballerine e personaggi più o meno improbabili ruotano intorno alla figura di questo giornalista famoso (o scrittore mancato) cinico osservatore/spettatore perennemente insoddisfatto, alla ricerca di una bellezza  introvabile perché violata e derubata; una bellezza palese ma inafferrabile dagli sconfitti protagonisti del film.  Inutile cercare conforto nella religione e nelle figure ecclesiastiche troppo prese anch’esse dalle vacuità della vita terrena: si pensi alla suora che si rivolge al chirurgo estetico per eliminare un fastidioso problema di sudorazione o all’indimenticabile cardinale Roberto Herlitzka che, in perfetta linea con le preoccupanti ultime tendenze, predilige il cibo alla spiritualità e dispensa  a tutti sublimi ricette culinarie.

la-grande-bellezza-toni-servillo-con-roberto-herlitzka-in-una-scena-del-film-276050Tanta disperazione e poca speranza in questa necropoli paradossalmente abitata da morti viventi.  Lo spiraglio di luce lo si riesce forse ad intravedere nel marito della prima fidanzata  di Jep a cui basta un bel bicchiere di vino e un po’ di televisione insieme alla sua donna prima di andare a dormire per trovare appagamento e nella figura di una suora mistica,  (proposta in modo discutibile nel film) che ha trovato il vero senso della vita privandosi di tutto.

Tornatore vinse l’oscar come migliore film straniero solo dopo che ebbe il coraggio di attuare numerosi tagli al suo Nuovo Cinema Paradiso; Sorrentino (che a Cannes non ha vinto nulla) forse dovrebbe avere altrettanta oculatezza, tagliando la sua “creatura” di una buona mezz’ora: 142 minuti di durata in questo lungometraggio non trovano giustificazione alcuna. Spesso anche i film, come le piante, hanno bisogno di drastiche potature per  riacquistare l’originaria e inconfutabile Grande Bellezza.