Caso Isoardi: femminismo, cyberbullismo, e tanto tempo da perdere

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Fatto: Elisa Isoardi viene massacrata dalla rete perché decide di postare una foto su Instagram mentre stira la camicia al suo compagno. Non denuncia in realtà la sua condizione di sfruttata casalinga di Voghera intenta a sgobbare mentre il marito è a ubriacarsi all’Osteria dello Sporco con gli amici. L’unico commento che appare è: “Un venerdì da leoni”. Dio ce ne scampi e liberi, piovono tutte le critiche di questo mondo, manco l’incauta fanciulla si fosse fatta immortalare a carponi mentre lucidava le scarpe Salvini commentando: Donna schiava pulisce e…..”
L’accusa che mette d’accordo tutti: giornalisti radical chic, opinionisti di Uno Mattina, filosofi e maître à penser è questa: la Isoardi avrebbe postato una foto, “indegna e ottocentesca”, costruita e finta perché ritratta “forzatamente in mise sexy, con i capelli al vento e sorridente come mai NESSUNO quando stira”. Perché portatrice di un messaggio infimo e sessista. Quello di una donnina “perfetta” secondo gli schemi fallocentrici della nostra società. La donna “all’ombra dell’uomo”; quella che “non deve chiedere mai” ma fare soltanto; quella muta e col sorriso anche quando fatica; quella che guadagna meno; quella che se “non sta al posto suo” alla fine “se la cerca”.
(CIT!!!! Non sia mai che queste minchiate vengano scambiate per farina del mio sacco)
Vedendo questa foto e osservandola priva di malizia non ho potuto non ricordare di possederne anche io una del tutto simile. O meglio, di differenze ce ne sono in quantità, apprezzate il mio coraggio nell’affiancarmi ad una finalista di Miss Italia coscialunga con davanzale quarta misura.

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Si tratta di uno scatto fatto da un amico a casa mia mentre stiamo facendo gli scemi. Sto compiendo la medesima operazione. Non ho un abito “sexy” (ma da quando, mi chiedo, un vestitino nero può essere considerato un abito degno di Cicciolina?! E da quando un “puciu” in testa può essere visto come una provocante pettinatura?!), ma una camicetta comunque scollata e senza maniche.
Devo forse ritenermi fortunata per non aver creato scandalo e vergogna? Sono scampata per un pelo alla mentalità dei giorni nostri che grida al sessismo ad ogni singola azione che ti accingi a compiere nel tuo quotidiano? Forse mi è andata bene perché invece di stirare una sessista camicia da uomo, avevo a che fare con una gonna molto più “politically correct”, e per giunta di colore rosa!
Che siano queste le ragioni per cui la foto non è diventata virale scatenando un susseguirsi di insulti e commenti volgari?
Mi sembra paradossale, in tutta onestà che un normalissimo gesto d’amore, di gentilezza, o molto più banalmente di necessità (perché la pila dei vestiti che da giorni stazionava sul cassettone gridava vendetta fate voi…) compiuto per il proprio compagno possa essere considerato retrogrado e svilente per la nostra condizione di donne. Fatemi capire: al giorno d’oggi una donna deve sentirsi in imbarazzo perché stira, fa una lavatrice, passa l’aspirapolvere? Eppure le foto di una mamma che si prende cura del proprio bebè o che si cimenta in cucina esibendo piatti degni di Carlo Cracco vanno per la maggiore in rete e riscontrano un enorme successo. Le immagini di Lady Obama che, perfettamente truccata e pettinata, raccoglieva la cicoria nell’orto della casa Bianca per fare la zuppa a Barak aveva suscitato ammirazione e stupore da ogni parte del mondo.
Forse, verrà detto, il problema è un altro e ha a che vedere con l’insulso bombardamento di fatti nostri con cui intasiamo i social network. Chi se ne frega alla fine della Isoardi che stira? Sono d’accordo anche io, lo predico da tempo, se non fosse che in quella trappola bene o male ci siamo caduti tutti, condividendo allegramente ogni nostro respiro: dalla nostra presenza alla sagra del peperone, alle nostre attività sportive fradici di sudore; dalla passeggiata col cane indisposto al resoconto delle nostre analisi in ospedale (sì sì pure quelle!!), insieme a tanti altri scatti ben meno edificanti rispetto ad uno stiraggio in tubino nero col “puciu” in testa.
Nessuno di noi è famoso questa è la differenza, nessuno di noi è fidanzato con l’aspirante premier, o meglio, di quello specifico aspirante premier, il tizio delle ruspe, delle pistole sotto al cuscino e dell’”Italia agli italiani”. Quello che suscita ironia da parte di tanti a prescindere. Il fatto però è che questo non dovrebbe avere niente a che vedere con la sua fidanzata. Non giustifica il bullismo e gli insulti gratuiti ad una donna che ha pubblicato una foto come tante. Non giustifica le becere strumentalizzazioni politiche e le indignazioni veterofemministe stracciazebedei.
Qual è il senso di far diventare virale l’immagine di una donna con il solo scopo di umiliarla? Perché davvero, io fatico a credere che questo voglia essere un gesto di rivoluzionaria indignazione in grado di farci sentire più furbi e moderni della coppia Salvini-Isoardi. E se gli insulti e le prese in giro arrivano da parte di donne che si ritengono erroneamente più moderne rabbrividisco ancora di più (dicasi anche “emancipazione 2.0”: dai della cagna ad una tua simile per sentirti avanti anni luce)
In sostanza: a me la foto di una mamma, di una moglie, di una ragazza che stira, grandi scompensi non me ne crea. Me ne creano di più le persone violente, i cyberbulli di 50 anni (più di quelli di 20 che magari ancora li recuperi), chi parla quando il silenzio è d’oro e tutte le femministe di ritorno che nonostante le numerose battaglie avvenute 50 anni fa non sono ancora riuscite ad emanciparsi davvero e vivono l’eterno complesso di inferiorità nei confronti del perfido e feroce maschio alfa.

(Ripigliatevi ragazzi, davvero.)

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Libera satira in libero mio pensiero…qualche riflessione su Charlie Hebdo

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Non ero Charlie ieri, non lo sono oggi e non lo sarò domani, pur condannando nella maniera più totale quanto dovettero subire quel maledetto giorno di gennaio  nella loro redazione parigina.

Gli scettici troveranno conferma all’interno del mio articolo scritto il 9-01 in seguito all’attentato (https://ranieramorbellirocknroll.wordpress.com/2015/01/)

Non sono rimasta turbata per ciò che ho visto. La vignetta incriminata (successivamente ne è stata aggiunta una seconda con sottotitoli per i più duri di comprendonio) sul terremoto non ha minimamente offeso il mio senso patriottico, per il semplice fatto che ritengo che ciò che è stato disegnato è di per sé poca cosa e non dovrebbe minimamente far indignare una persona intelligente, dato l’elevato tasso di faciloneria e qualunquismo del contenuto. Dove sta la novità, dove sta l’irriverenza, dove sta lo shock? Nel raffigurare gli italiani terremotati con un piatto di pastasciutta in testa e nel chiamare in causa la mafia?

Beh…se questo è l’apice del loro estro creativo siamo messi male, e penso che la satira intelligente, quella che ti arriva dentro, come un pugno nello stomaco  inducendoti a pensare sia ben altra cosa. Prende di mira i potenti conoscendoli in maniera profonda, li coglie nei loro punti deboli. La satira disarma e colpisce, per questo ritengo che forse quelli di Charlie Hebdo avrebbero bisogno di una reale conoscenza di tutta la nostra storia.

Quando nel lontano 1997 andai in gita nella sublime e indimenticabile Parigi con i miei compagni di classe ricordo perfettamente di come al nostro passare per stradine e mercatini venissimo più volte apostrofati con frasi sempre uguali, quali: “Italiani…Pizzà! Maffià!”. Niente di nuovo, dunque:  dopo 20 anni, lo stereotipo non è cambiato e certamente non solo a causa nostra.

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La satira è satira mi è stato detto, e non guarda in faccia nessuno e poi quelli di Charlie Hebdo “hanno sempre fatto così con tutti”. Poco male, se questo è il loro modo di lavorare nulla da eccepire, se non per il fatto che, se da un giorno all’altro anche a noi italiani venisse in mente di fare satira (e dunque informazione e cultura) alla stessa maniera, le reazioni sarebbero ben diverse e di portata  mondiale.

Se all’indomani dei fatti tragici di Nizza, per fare un esempio, al Forattini, Staino, Bobo di turno fosse mai venuto in mente di raffigurare in mezzo alla gente morta per strada bidet che piovevano dal cielo, (stereotipo forse troppo banale e sempliciotto quello dei bidet di cui sono sprovvisti? Senza ombra di dubbio, il loro degli spaghetti e delle lasagne non è da meno), si sarebbe scatenato il pandemonio non solo in Francia ma nel mondo intero e il vignettista italiano incriminato avrebbe probabilmente smesso di lavorare per il resto dei suoi giorni, con tanto di licenziamento del direttore della testata giornalistica rea di aver pubblicato simile orrore. Se nel Belpaese, mentre i poveri familiari piangevano ancora i loro morti, ci fossimo mai permessi di sentenziare sulle mancate norme di sicurezza francesi con vignette sempliciotte saremmo stati bollati all’istante come “i soliti beceri italiani”.

Noi invece cosa facciamo? Cornuti e mazziati, ci cospargiamo ulteriormente il capo di cenere preoccupandoci pure di difenderli. E non solo asseriamo che   hanno ragione e fanno bene a disegnarci così, ma anche che CE LO MERITIAMO TUTTO quello che è successo e, “mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa”, siamo talmente indietro e ignoranti da non essere neanche in grado di capire il loro raffinato “senso of humor”.

Ecco, io credo che sarebbe forse opportuno fare due riflessioni in più su questa grave patologia che ci affligge, quella dell’eterno complesso di inferiorità nei confronti di chicchessia, e non solo sui nostri svariati vizi e vizietti.  Le nostre caratteristiche di pressapochisti, furbetti e furfantelli le conosciamo alla perfezione senza alcun bisogno di essere messi alla berlina e giudica ti in maniera così prevedibile e superficiale da chi di lezioni non è assolutamente titolato a darne. Quando forse all’estero cominceranno ad aver voglia di conoscere un po’ più approfonditamente la nostra storia che è millenaria e va ben oltre il solito clichè di pizza, mafia, pasta e mandolino, allora FORSE ne riparleremo e potremo pure riderci su.

Nessuno di noi, italiani “brava gente”, impedirà mai a  Charlie Hebdo, di disegnare o scrivere ciò che meglio crede. Libertà di espressione sempre, ma senza per questo credere che siamo tutti talmente uguali e ottusi da non essere in grado di comprendere la loro arte e i loro poteri di super eroi, al di sopra del bene e del male: liberi loro  di continuare a fare il loro mestiere,  liberi noi di non apprezzarlo, senza  senso di colpa  e timore alcuno.

 

Addolorata, ferita e indignata, io non penso d’esser Charlie

Charlie Hebdo

Come non sentirsi profondamente addolorati e pieni di paura di fronte ai tragici fatti di due giorni fa? Era un mercoledì come tanti, nella sede di Charlie Hebdo, o meglio era un giorno specifico, quello della riunione di redazione, quando una coppia di folli criminali ha fatto irruzione e ha massacrato 12 persone a colpi di kalashnikov, nel nome di un Allah che, per come viene concepito dai fondamentalisti, non deve avere pietà per nessuno. Si può morire per una vignetta o una frase scomoda che non è piaciuta a qualcuno, da oggi lo sappiamo, siamo tutti avvertiti: giornalisti, vignettisti, amanti della comunicazione scritta, liberi pensatori. Da due giorni la frase #je suis charlie, viene condivisa in massa, da chi il giornale lo conosceva molto bene, da chi non lo conosceva affatto ma non può che sentirsi solidale, da chi lo fa senza sapere bene il perché, da chi se ne serve in maniera impropria e strumentale, mettendo in causa la politica e la religione. Sui giornali e in televisione ci si costerna, si dibatte e ci si confronta…già ma con chi? Esclusivamente tra di “noi”, gente educata alla non violenza e culturalmente evoluta e così si farà ancora per un mesetto, senza avere di fatto alcuna risposta alle mille domande e senza aver risolto  proprio nulla, perché l’indignazione e la volontà di cambiare non coinvolgeranno in alcun modo i diretti interessati, fanatici fondamentalisti, rimasti culturalmente al Medioevo da sempre e per sempre. Continueremo ad invocare la libertà di pensiero, a sollevare matite al cielo, a gridare sui social network che “no, noi non ci stiamo” guadagnandoci un centinaio di like sui nostri status; prenderemo adeguate misure di sicurezza, fino al prossimo attentato che ci lascerà nuovamente attoniti e ci costringerà a ricominciare da capo, perché la storia questo ci ha insegnato, partendo dalle Crociate , fino ad arrivare ai più recenti fatti di New York, Londra, Madrid e adesso Parigi.

charlie-hebdo-une-14309_w1000Abbassare la testa certamente non è la giusta risposta, ma prendere atto che il terrorismo è una corrente organizzatissima e irrefrenabile, sì,  quello deve essere fatto necessariamente. Perché con gente fanatica ed educata all’assolutismo violento da generazioni non ci potrai mai ragionare, né a suon di guerre “sante” nel vano tentativo di farli sparire dalla faccia della terra, né a suon di dialoghi pacifisti o intellettuali. Avremo più possibilità di successo nel far recitare Leopardi al nostro cane, o a discutere di Schopenhauer e Kierkegaard con un mulo. Lo sapevano bene quelli di Charlie che si ritrovano oggi ad essere chiamati in causa come i nuovi martiri della libertà d’espressione, ma che forse ne avrebbero fatto volentieri a meno. La satira, si sa, è al di sopra del bene e del male; la satira non fa sconti a nessuno, e spesso è volgare, forse per questo non sarà mai troppo nelle corde di tanti e della sottoscritta in primis, che ama sì l’ironia e lo humor, ma quello che insegna a ridere e pensare in una maniera più costruttiva e meno greve.  La satira non è sotto il potere di nessuno, lo ricordino bene i neo cultori della libertà di pensiero che vogliono sfruttare quanto è accaduto a loro uso e consumo, ma che, di fatto, non sacrificherebbero un unghia del loro mignolo per la causa a cui si sentono tanti affini. Quanti #je suis charlie” in meno si vedrebbero in giro se venisse chiesto di rivendicarli in presenza dei terroristi stessi.

“Preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio” sosteneva il direttore del settimanale satirico Stéphane Charbonnier, più noto come Charb. È una frase forte e d’impatto, che ha fatto il giro del mondo e di cui verrà fatto nuovamente uso ed abuso. Diventerà uno slogan di qualche pubblicità progresso forse, la ritroveremo su portapenne e magliette prima o poi, ma non verrà mai compresa fino a fondo e ponderata nella giusta maniera.

Charlie

“Si muore “in piedi”, in nome dei propri ideali e da uomini liberi, ma mai dimenticandosi delle responsabilità che si hanno nei confronti del prossimo proprio perché la libertà, di cui tanto si discute in questi giorni,  ha senso di esistere fino a quando non va a compromettere quella di chi mi sta accanto, con cui mi relaziono e con cui lavoro quotidianamente: dal noto redattore, al comune addetto alla portineria che è stato ucciso insieme al poliziotto Ahmed Merabet, mentre era già a terra e, con le mani alzate, invocava pietà. Non posso fare a meno di pensare e non mi tolgo dalla testa che tante, troppe persone non sono state adeguatamente tutelate in questa tragica vicenda e che molti di loro, certamente non avevano messo in conto la situazione di grave rischio in cui si trovavano e che sono morti in nome di un ideale loro malgrado, perché l’unico reale interesse probabilmente, era quello di fare il proprio dovere, di portare a casa uno stipendio adeguato e di raccontare ai propri famigliari l’esito della loro giornata. Famigliari che, credo, non riusciranno mai a darsi pace, e che si ritrovano oggi ad essere irrimediabilmente, senza un figlio, una figlia, un padre, una madre.