Addolorata, ferita e indignata, io non penso d’esser Charlie

Charlie Hebdo

Come non sentirsi profondamente addolorati e pieni di paura di fronte ai tragici fatti di due giorni fa? Era un mercoledì come tanti, nella sede di Charlie Hebdo, o meglio era un giorno specifico, quello della riunione di redazione, quando una coppia di folli criminali ha fatto irruzione e ha massacrato 12 persone a colpi di kalashnikov, nel nome di un Allah che, per come viene concepito dai fondamentalisti, non deve avere pietà per nessuno. Si può morire per una vignetta o una frase scomoda che non è piaciuta a qualcuno, da oggi lo sappiamo, siamo tutti avvertiti: giornalisti, vignettisti, amanti della comunicazione scritta, liberi pensatori. Da due giorni la frase #je suis charlie, viene condivisa in massa, da chi il giornale lo conosceva molto bene, da chi non lo conosceva affatto ma non può che sentirsi solidale, da chi lo fa senza sapere bene il perché, da chi se ne serve in maniera impropria e strumentale, mettendo in causa la politica e la religione. Sui giornali e in televisione ci si costerna, si dibatte e ci si confronta…già ma con chi? Esclusivamente tra di “noi”, gente educata alla non violenza e culturalmente evoluta e così si farà ancora per un mesetto, senza avere di fatto alcuna risposta alle mille domande e senza aver risolto  proprio nulla, perché l’indignazione e la volontà di cambiare non coinvolgeranno in alcun modo i diretti interessati, fanatici fondamentalisti, rimasti culturalmente al Medioevo da sempre e per sempre. Continueremo ad invocare la libertà di pensiero, a sollevare matite al cielo, a gridare sui social network che “no, noi non ci stiamo” guadagnandoci un centinaio di like sui nostri status; prenderemo adeguate misure di sicurezza, fino al prossimo attentato che ci lascerà nuovamente attoniti e ci costringerà a ricominciare da capo, perché la storia questo ci ha insegnato, partendo dalle Crociate , fino ad arrivare ai più recenti fatti di New York, Londra, Madrid e adesso Parigi.

charlie-hebdo-une-14309_w1000Abbassare la testa certamente non è la giusta risposta, ma prendere atto che il terrorismo è una corrente organizzatissima e irrefrenabile, sì,  quello deve essere fatto necessariamente. Perché con gente fanatica ed educata all’assolutismo violento da generazioni non ci potrai mai ragionare, né a suon di guerre “sante” nel vano tentativo di farli sparire dalla faccia della terra, né a suon di dialoghi pacifisti o intellettuali. Avremo più possibilità di successo nel far recitare Leopardi al nostro cane, o a discutere di Schopenhauer e Kierkegaard con un mulo. Lo sapevano bene quelli di Charlie che si ritrovano oggi ad essere chiamati in causa come i nuovi martiri della libertà d’espressione, ma che forse ne avrebbero fatto volentieri a meno. La satira, si sa, è al di sopra del bene e del male; la satira non fa sconti a nessuno, e spesso è volgare, forse per questo non sarà mai troppo nelle corde di tanti e della sottoscritta in primis, che ama sì l’ironia e lo humor, ma quello che insegna a ridere e pensare in una maniera più costruttiva e meno greve.  La satira non è sotto il potere di nessuno, lo ricordino bene i neo cultori della libertà di pensiero che vogliono sfruttare quanto è accaduto a loro uso e consumo, ma che, di fatto, non sacrificherebbero un unghia del loro mignolo per la causa a cui si sentono tanti affini. Quanti #je suis charlie” in meno si vedrebbero in giro se venisse chiesto di rivendicarli in presenza dei terroristi stessi.

“Preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio” sosteneva il direttore del settimanale satirico Stéphane Charbonnier, più noto come Charb. È una frase forte e d’impatto, che ha fatto il giro del mondo e di cui verrà fatto nuovamente uso ed abuso. Diventerà uno slogan di qualche pubblicità progresso forse, la ritroveremo su portapenne e magliette prima o poi, ma non verrà mai compresa fino a fondo e ponderata nella giusta maniera.

Charlie

“Si muore “in piedi”, in nome dei propri ideali e da uomini liberi, ma mai dimenticandosi delle responsabilità che si hanno nei confronti del prossimo proprio perché la libertà, di cui tanto si discute in questi giorni,  ha senso di esistere fino a quando non va a compromettere quella di chi mi sta accanto, con cui mi relaziono e con cui lavoro quotidianamente: dal noto redattore, al comune addetto alla portineria che è stato ucciso insieme al poliziotto Ahmed Merabet, mentre era già a terra e, con le mani alzate, invocava pietà. Non posso fare a meno di pensare e non mi tolgo dalla testa che tante, troppe persone non sono state adeguatamente tutelate in questa tragica vicenda e che molti di loro, certamente non avevano messo in conto la situazione di grave rischio in cui si trovavano e che sono morti in nome di un ideale loro malgrado, perché l’unico reale interesse probabilmente, era quello di fare il proprio dovere, di portare a casa uno stipendio adeguato e di raccontare ai propri famigliari l’esito della loro giornata. Famigliari che, credo, non riusciranno mai a darsi pace, e che si ritrovano oggi ad essere irrimediabilmente, senza un figlio, una figlia, un padre, una madre.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...