Un discorso lasciato a metà: bentornato Vasco!

VASCO“Per riallacciare un discorso.”

“Per continuare un percorso.”

“Per riportare un po’ di gioia!”

Con questa frase, gridata al cielo venerdì sera ad inizio concerto,  Vasco, ha detto tutto ciò che c’era da dire, i “discorsi” lasciati a metà non piacciono a nessuno e di gioia ne ha riportata tanta in quelle due ore e mezza di grande performance.

Parole importanti, le più giuste per tranquillizzarci  e colmare un vuoto che è durato due anni e che ha dato molte preoccupazioni a tutti quelli che gli vogliono bene. Ce lo siamo chiesto spesso: “Ma cos’ha Vasco? Fino a che punto sta male? Tornerà a fare concerti?” Ne abbiamo lette tante di notizie sui giornali: depressione, infezioni incurabili, malattie rare, e quando qualche mese fa è stato annunciato il suo ritorno in scena nessuno ci ha creduto davvero fino in fondo, perché davvero non ci speravamo più.

E venerdì sera è stato tutto perfetto, un appuntamento tra vecchi amici con cui ci si capisce al volo senza bisogno di tante spiegazioni perché con Vasco funziona così: parlano i fatti, parla la musica. Ai suoi concerti si condividono sensazioni ed emozioni comuni, le sue canzoni le senti nello stomaco, prima che nella testa, e a volte fanno male. Siamo gente malinconica, lunatica e un po’ paranoica. “Siamo soli”, come il rocker di Zocca ci ha raccontato, c’è una parte segreta di noi che non abbiamo mai voluto svelare a nessuno e che nessuno potrà mai capire, ne siamo gelosi. Siamo pieni di nostalgia e di ricordi, momenti difficili della nostra vita, momenti bellissimi, frasi  e dettagli che non abbiamo dimenticato e che hanno un profondo legame con le canzoni del Blasco, ognuno ha le sue preferite, il verso giusto che ti riporta proprio in quel posto e in quella situazione in cui volevi stare .

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Liberi Liberi è l’album che personalmente ho più nella pelle. Ripenso ad un’estate intera, quella del 1989, passata ad ascoltare  Dillo alla luna, Ormai è tardi, Vivere senza teDomenica lunatica insieme a Rachele, nella vecchia casa di sua nonna.

“Dimenticavo che, voglio che sei tranquilla e ti prometto che uscirò dalla tua vita talmente piano che…quando ti sveglierai, non te ne accorgerai, vedrai…”

Già a quei tempi le domeniche per me erano sempre  lunatiche, fatte di malumore e di spaesamento, la fine di una settimana che  mi aveva lasciato qualcosa di bello e il preludio a qualcosa che non conoscevo e che non mi faceva stare mai tranquilla. Le mie domeniche sono “lunatiche” tuttora.

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Vasco adesso è guarito, assolutamente motivato e deciso a continuare il suo “percorso”; gli occhi sono sempre un po’ tristi, belli a azzurri come la malinconia; più volte durante la serata si commuove appoggiandosi come d’abitudine all’asta del microfono, un po’ assente e molto perso nei suoi pensieri. Lo capiamo alla perfezione, noi che lo amiamo siamo fatti così: eternamente inquieti e mai sazi, con le nostre situazioni e i troppi discorsi lasciati a metà, pensierosi e pieni di sogni, quei sogni che non si sa dove stanno e che “son pochi quelli che s’avverano”.

Consapevoli di questo, li viviamo e ce li godiamo per bene: anima e corpo, piedi per terra e testa…in Paradiso.

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Aspettando La Grande Bellezza

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Mi sono letteralmente precipitata al cinema colma di entusiasmo e aspettative. Illuminata e sedotta da Il Divo, mi aspettavo “mirabilia” da La Grande Bellezza. Ero certa che dopo la fine del film avrei finalmente potuto eleggere Paolo Sorrentino nella top ten dei miei cineasti preferiti ed invece non è stato così, ne riparleremo forse al prossimo lavoro. Senza ombra di dubbio un’operazione interessante, già nel momento in cui un film induce a pensare e porta alla critica e al confronto vuol dire che qualcosa sicuramente ha provocato, ma dall’altra parte bisogna anche dire che non è sufficiente lasciare “il graffio” con un bombardamento di immagini extra-ordinarie e  con un chiasso frastornante.

lagrandebellezzaUn po’ Fellini e un po’ Lynch: è questa la prima sensazione che ho avuto sin dalle prime inquadrature dove una serie di personaggi infelici e grotteschi  si muovono all’interno di scenari onirici e maestosi.  E sebbene il regista abbia negato un qualsiasi collegamento con La Dolce Vita è impossibile non ritrovarci tematiche e suggestioni similari partendo dalle forti analogie tra il cinismo e il disincanto dei giornalisti Marcello Rubini e Gep Gambardella de La Grande Bellezza. Il risultato di certo è meno soddisfacente: emulare la spettacolare poetica del grande Maestro romagnolo  è cosa pressoché impossibile oltre che molto pericolosa. L’attacco de La Dolce Vita sorprende  con l’immagine di una enorme statua di Gesù Cristo sollevata e trasportata nel cielo da un elicottero, quasi a sottolineare il continuo incontro e scontro tra fisico e metafisico, sacro e profano;  allo stesso modo fa Sorrentino nella prima parte del suo film con il brusco passaggio dalla Roma fascinosa e monumentale delle chiese e dei palazzi, alla Roma cafona da “basso impero” delle feste notturne. Dal canto melodioso e angelico di un coro di bambini alla musica dance assordante della discoteca in cui si sta festeggiando il 65esimo compleanno del protagonista del film Gambardella/Servillo. Un’interpretazione non delle migliori quella di Toni Servillo che consapevole della sua bravura, “gigioneggia” in maniera eccessiva e propone un collage di suoi personaggi già visti che piacciono, ma non regalano nuovi spunti insieme alle molte sue battute che a volte si stenta a capire perché eccessivamente biascicate. La sceneggiatura stessa è altalenante e in più momenti cade nel banale:  questo è il rischio che si corre in un film di tale portata e così pretenzioso: parole che probabilmente accetteresti nel classico e onesto  film italiano ben confezionato non le vuoi sentire lì dentro. Considero Sorrentino un regista all’avanguardia, un italiano in grado di realizzare opere per un pubblico globale, un professionista che non si accontenta di assecondare solamente il mercato italiano ed è per questo che a mia volta non sono disposta ad accontentarmi di dialoghi piacioni e di un estetismo strabordante, spesso assolutamente fine a se stesso. Non posso che rimanere compiaciuta da una serie di immagini memorabili, dalla bellissima fotografia di Luca Bigazzi e dalle pregevoli musiche di Lele Marchitelli, ma rimango delusa dalle intromissioni di immagini grottesco/cool  buttate qua e là al solo scopo di creare shock o solleticare il palato del critico radical-chic, figura che peraltro ritroviamo molto ben definita  all’ interno del film con Stefania/Galatea Ranzi, amica di Jep.

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Penso che questo film, allo stesso modo de La Dolce Vita, non proponga una vera e propria trama, ma che piuttosto  si autocostruisca e si autoalimenti. Nani, ballerine e personaggi più o meno improbabili ruotano intorno alla figura di questo giornalista famoso (o scrittore mancato) cinico osservatore/spettatore perennemente insoddisfatto, alla ricerca di una bellezza  introvabile perché violata e derubata; una bellezza palese ma inafferrabile dagli sconfitti protagonisti del film.  Inutile cercare conforto nella religione e nelle figure ecclesiastiche troppo prese anch’esse dalle vacuità della vita terrena: si pensi alla suora che si rivolge al chirurgo estetico per eliminare un fastidioso problema di sudorazione o all’indimenticabile cardinale Roberto Herlitzka che, in perfetta linea con le preoccupanti ultime tendenze, predilige il cibo alla spiritualità e dispensa  a tutti sublimi ricette culinarie.

la-grande-bellezza-toni-servillo-con-roberto-herlitzka-in-una-scena-del-film-276050Tanta disperazione e poca speranza in questa necropoli paradossalmente abitata da morti viventi.  Lo spiraglio di luce lo si riesce forse ad intravedere nel marito della prima fidanzata  di Jep a cui basta un bel bicchiere di vino e un po’ di televisione insieme alla sua donna prima di andare a dormire per trovare appagamento e nella figura di una suora mistica,  (proposta in modo discutibile nel film) che ha trovato il vero senso della vita privandosi di tutto.

Tornatore vinse l’oscar come migliore film straniero solo dopo che ebbe il coraggio di attuare numerosi tagli al suo Nuovo Cinema Paradiso; Sorrentino (che a Cannes non ha vinto nulla) forse dovrebbe avere altrettanta oculatezza, tagliando la sua “creatura” di una buona mezz’ora: 142 minuti di durata in questo lungometraggio non trovano giustificazione alcuna. Spesso anche i film, come le piante, hanno bisogno di drastiche potature per  riacquistare l’originaria e inconfutabile Grande Bellezza.