Non è tempo per gente per bene

Ma che rapporto ho con la giustizia? Ci credo e voglio crederci, cerco di osservare la legge e di portare rispetto per  tutto ciò che fa parte del terzo potere. Ho anche avuto modo di dire in un mio passato articolo (https://ranieramorbellirocknroll.wordpress.com/2012/02/14/colpevole-fino-a-prova-contraria/) che la giustizia è in mano agli essere umani, non alle divinità e per questo non può essere infallibile. E poi chi sono io per mettermi su un piedistallo e giudicare cosa è giusto e cosa è sbagliato, chi è colpevole o innocente. Non si possono condannare le persone in base alle proprie sensazioni, a cosa ci dice “la pancia”,  ancora prima della testa e allora proverò  ad andare oltre ai miei pregiudizi, fingendo di accettare la  sentenza che qualche mese fa ha scagionato Amanda Knox e Raffaele Sollecito dall’accusa di omicidio nei confronti della povera Meredith Kercher. Un colpevole c’è già, si chiama Rudy Guedè: ricordava tante cose, adesso non  più. C’era, non c’era, forse dormiva.  Inizialmente aveva detto con sicurezza che i due fidanzati erano con lui  la sera del delitto, adesso pare abbia fatto tutto da solo.  D’altra  parte lui la faccia da bravo ragazzo non ce l’ha, a differenza dei sue sconosciuti amici, i “bold and beautiful” arrivati apposta a Perugia per studiare e fare nuove esperienze. Effettivamente le esperienze di vita non sono loro mancate, hanno sperimentato tutto quello che c’era da sperimentare, carcere compreso e adesso sono fuori, liberi cittadini, autorizzati a fare ciò che meglio credono. E che cosa vorrà fare un ragazzo di 28 anni all’indomani della sua assoluzione da una terribile condanna? Dimenticare immagino, condurre una vita tranquilla e serena e, soprattutto, fare in modo che il suo nome non possa  mai più essere associato ad una vicenda così violenta e tragica. Perché una sua amica (ma esisterà ancora l’importante valore dell’amicizia?) è morta e giustizia non è stata ancora fatta davvero. Una sua amica è stata brutalmente assassinata e non potrà più inseguire i suoi sogni, portare avanti i suoi progetti, vivere al meglio la sua giovinezza e diventare adulta. Meredith era una ragazza come tante, probabilmente voleva avere sì un suo ruolo all’interno della società, ma senza pretendere grandi cose. Chissà cosa proverebbe adesso nel sapere che due compagni di università, due persone di cui si fidava e frequentava hanno trovato fama, gloria e successo a livello mondiale “grazie” alla sua morte. A quanto pare i suoi “amici” non solo non hanno intenzione di lasciarsi alle spalle la vicenda, ma addirittura di specularci sopra. È di poche giorni la notizia dell’uscita del libro autobiografico del noto e meritevole (!!)  scrittore Raffaele Sollecito. “Honor Bound” è il titolo e i morbosi che si precipiteranno  in libreria a comprarlo, troveranno tutto ciò che c’è da sapere sul prima, il durante e il dopo dei fatti di Perugia, visti ovviamente da un unico e opinabile punto di vista, quello di un ragazzo di fatto ancora sotto processo (sarà il prossimo 25 marzo il  processo di cassazione).  Qualcuno ha pensato che fosse cosa buona e giusta ascoltare la storia di Raffaele Sollecito e pubblicarla: talent scout o autentico pescecane? Ci sono scrittori (più o meno talentuosi)  che un editore non lo troveranno mai, Sollecito invece sì e gira il mondo come una star,  raccontando la sua versione dei fatti, firmando autografi e difendendo pure la sua ex fidanzata, che da donna diabolica è passata ad essere descritta come povera vittima: “Volevano che mentissi per incastrare Amanda” rivela all’interno del libro.

Ed io rimango basita da tutto questo, disgustata e piuttosto spaventata.

Che insegnamento deve trarre un comune mortale da questa triste storia? Cosa penserà un ragazzo giovane nell’apprendere che un suo simile ha raggiunto la fama, in quanto sospetto omicida? Aggiungo di più, sono quasi convinta che molto presto, lo stesso sospetto omicida diventerà milionario attraverso la vendita dei diritti d’autore del suo “best seller”. Perché ne faranno sicuramente un film, magari anche una fiction su Canale 5. Non so a casa vostra, ma a casa mia questo non è essere persone per bene. Sembra quasi che vivere normalmente, in modo onesto e senza pesi sulla coscienza non paghi perché alla fine si passa quasi per cretini. I cattivi ragazzi con torbide storie alle spalle alla fine piacciono e quello che hanno da dire è sempre interessante e soprattutto, può far fruttare un sacco di soldi. Siamo in un mondo fatto di scorciatoie, dove il bene e il male non si distinguono più, a volte si confondono altre addirittura si scambiano. Cari ragazzi, cari noiosi comuni mortali, se nella vita volete diventare qualcuno sapete cosa dovete fare: l’antica filosofia in base alla quale  il fine giustifica i mezzi rimane sempre drammaticamente attuale, quanto ci aveva visto lungo  Machiavelli.

Arrivederci, Liceo Classico San Gip!

Qualche giorno fa ho avuto il compito di scrivere un articolo a proposito della chiusura del Liceo Classico San Giuseppe, o meglio, ho proposto io di trattare l’argomento al settimanale per cui collaboro, perché non solo mi stava a cuore, ma anche perché mi sembrava doveroso. Chissà quanti torinesi ne saranno al corrente o meno, chissà a quanti non sembrerà un fatto così rilevante. Io credo invece che lo sia eccome. Mi tornano in mente (e più volte mi sono stati utili) i celebri versi di John Donne:

Nessun uomo è un’isola, intero in se stesso. Ogni uomo è un pezzo del continente, una parte della terra. Se una zolla viene portata via dall’onda del mare, la terra ne è diminuita, come se un promontorio fosse stato al suo posto, o una magione amica o la tua stessa casa. Ogni morte d’uomo mi diminuisce, perchè io partecipo all’umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te.

Ho letto questa poesia per la prima volta ad introduzione del romanzo di  Hemingway “Per chi suona la campana” alla fine della I liceo, su indicazione della professoressa Rondi, a quell’epoca mia docente di italiano e storia e ne avevo tratto insegnamenti fondamentali. Nessuno di noi è mai davvero solo, nelle situazioni buone e in quelle avverse; quando accadono eventi spiacevoli, in qualsiasi parte del globo, non dobbiamo mai pensare “Non mi riguarda” o “Non è colpa mia”: facciamo tutti parte di una grande storia e ognuno di noi nel bene e nel male ha dato e darà sempre il suo piccolo contributo, pur non accorgendosene.  La chiusura di una scuola, di un liceo classico noto come il San Giuseppe non deve certo lasciare indifferenti, è un pezzo di cultura, un pezzo di storia piemontese che viene meno e che deve far sentire chiamata in causa l’intera collettività, perché quando una tale realtà culturale scompare, rimaniamo tutti un po’ più poveri. Si è parlato spesso dell’utilità o dell’inutilità del liceo classico in una società moderna, e sinceramente non voglio neanche stare a discuterne: chi chiama in causa le solite quattro balle della scuola retrograda, fatta di lingue morte e lontana anni luce dal mondo dei giovani è evidentemente una persona che non ha avuto la fortuna di frequentarla. Nella poco rassicurante era delle “tre i” informatica, inglese e impresa,  voglio pensare che il liceo classico debba controbattere, chiamando in causa le “tre c”: cultura, comunicazione e conoscenza. Che si sia allievi modello o cattivi studenti, le nozioni che si acquisiscono al liceo ginnasio, non ci abbandoneranno mai; sono insegnamenti di vita che ci torneranno sempre utili nei momenti più disparati, a volte in modo del tutto inaspettato. Erano tanti anni che non mettevo piede nella mia scuola (anche se gli appuntamenti con le mie amiche ed ex compagne ancora oggi sono “davanti al San Gip”) e per la seconda volta, nel giro di pochi mesi, ho avuto la possibilità di tornarci per intervistare quello che fu il mio temuto professore di greco, Fratel Adalberto. È stato un incontro, utile, costruttivo e anche divertente non lo nego: mi è sembrato che nulla fosse cambiato da allora. Come in un lampo mi sono tornati alla memoria i momenti più belli e divertenti di quei tre anni scolastici, le risate, le lezioni, i compiti in classe…quante strigliate ci siamo presi per le nostre versioni “orrori” di greco: “Siete dei bovidi!” ci diceva, “Voi non avete le mani per cercare i significati sul vocabolario, ma degli zoccoli e con lo zoccolo sfogliate grossolanamente le pagine del Rocci e la prima parola che trovate la lanciate a caso nella versione!” Non era molto lontano dalla realtà quando diceva queste cose, anzi aveva assolutamente ragione. Ed è stato bello sentirlo parlare e ribadire una serie di sue basilari convinzioni: la scuola deve aiutare a crescere, i ragazzi non sono dei semplici numeri in mezzo agli altri, ma degli essere umani che devono essere conosciuti e capiti. Pare che tra le concause che abbiano portato alla chiusura del Liceo Ginnasio ci sia stata quella delle pochissime bocciature alla fine dell’anno scolastico, come a voler dimostrare che il valore di un istituto possa essere misurato in base al numero degli allievi respinti. La bocciatura è terapeutica? “In alcuni rari casi, forse” mi ha detto Adalberto, convinto del fatto che la bocciatura, oltre ad essere un aggravio economico per lo stato, può anche essere una facile scappatoia. Perché non tutti i ragazzi sono uguali, ognuno ha la sua diversa sensibilità e chi è apparentemente più debole non deve essere messo da parte. E le risposte, di fatto, sono sempre arrivate durante gli esami di stato, dove si poteva riscontrare che i risultati finali erano del tutto simili a quelli delle altre scuole. Si possono dire tante cose a sfavore della scuola cattolica paritaria, a torto o a ragione, ma sulla questione del “diverso trattamento” rispetto alla pubblica statale  posso parlare con cognizione di causa perchè l’ho sperimentato sulla mia pelle. Ero arrivata dall’altrettanto mitico D’Azeglio, a metà dell’anno scolastico del terzo anno, timida, spaesata e anche un po’ sfigatella. Ero una studentessa abbastanza impegnata alla pubblica, non mi perdevo una manifestazione studentesca e proprio in quello stesso anno avevo preso parte alla prima occupazione dell’Istituto.  Mi sentivo a disagio con la maggior parte dei miei compagni che non mi piacevano per niente, gente di un altro pianeta, a mio modo di vedere, viziati e con la puzza sotto il naso. Tutt’altra storia erano invece i miei nuovi professori, ero passata dai docenti del D’Azeglio che non avevano il minimo interesse per me e che vivevano di preconcetti e certezze (la mia “cara” professoressa di chimica, tanto per dirne una, aveva ipotizzato con mio padre, che potessi essere priva di intelletto) a quelli del San Gip che mi guardavano con occhi sicuramente diversi: per loro avevo un nome, prima di un cognome, ero un essere umano con la sua sensibilità e le sue diverse sfaccettature. E tengo a sottolineare che non lo facevano per il semplice fatto che a fine anno la mia famiglia pagava una retta scolastica. Lo facevano perché forse erano stati meglio istruiti ed erano probabilmente consapevoli che il mondo di un adolescente è complesso, fatto di problematiche e insicurezze. Un adolescente dovrebbe essere capito, a casa e a scuola, non è sempre detto che se manifesta dei disagi è soltanto perché è un ragazzino con “troppe balle per la testa”. Non mi ci metto neanche a contare gli avanti e indietro fatti lungo i corridoi della scuola con i  professori per parlare di cosa  passava per la mia testa strampalata. Anche per questo avrò sempre un bel ricordo del San Giuseppe e sarò sempre riconoscente a questo storico liceo classico,  attivo dall’inizio degli anni 20 che ha avuto tra i suoi allievi illustri Umberto Agnelli, Mario Merz, Elio Luzi, Roberto Faenza, Lorenzo Mondo, Gianni Minoli, Carlo De Benedetti, Massimo Gramellini… E proprio perché sono un’inguaribile romantica, non voglio dirgli “addio” ma semplicemente  “ciao” o “arrivederci”.  Ciao mio liceo, hai fatto parte della mia vita, sei stato un importante sostegno per me, ho avuto buoni professori e buoni amici tra i miei compagni di classe: molti di quei “viziati con la puzza sotto il naso” negli anni si sono trasformati in persone speciali che frequento tuttora. Arrivederci San Gip,  non posso provare un po’ di malinconia nel ripensare che per quelle aule sempre pulite e curate, per quei banchi di legno d’altri tempi, tra centinaia e centinaia di ragazzi e ragazze, ci sono passata pure io.