E lasciami tifare

Ne ho sentite tante di cose strane negli ultimi giorni, cose più spiacevoli che strane forse. Ho sentito parlare di “effimero patriottismo”, due definizioni che messe insieme appaiono quasi come un ossimoro. Come può essere “effimero” l’attaccamento alla propria Terra? Il senso della patria uno ce l’ha e in queso caso se lo porta dentro per tutta la vita, oppure non ce l’ha, punto. E poi ci sono gli infami. Si parla cioè di quella categoria di persone che preferisce non sbilanciarsi mai, abusando dei momenti propizi quando le cose vanno bene e lamentandosi invece nei momenti di crisi, allora in quei casi imprecare in ogni occasione contro la propria patria con squallidi appellativi diventa l’attività preferita. Ognuno di noi è stato educato diversamente e non per tutti è  così importante sentire “l’appartenenza”. Per me lo è, mi ritengo fortunata,  e non smetterò mai di ringraziare i miei nonni, i miei zii e i miei genitori per avermelo insegnato così bene e  se mai avrò dei figli mi comporterò alla stessa maniera, a costo di essere la più antica e retrograda delle madri. Festeggeremo il 17 marzo, il 25 aprile, il 1 maggio, il 2 giugno, guarderemo insieme gli Europei e i Mondiali, alzandoci in piedi al suono dell’Inno di Mameli, questo è quello che ho sempre fatto e questo è quello che continuerò  a fare finchè avrò vita. Amo il mio inno, amo le nostre tradizioni, amo il mio presidente della repubblica e amo la mia bandiera che è bianca come la neve delle nostre Alpi, verde come i prati delle nostre valli e rossa come il fuoco che per secoli ha spinto i  nostri antenati a compiere grandi imprese, arrivando a dare la vita per amore della patria, della libertà e della democrazia. E rossa è anche la passione, quella che mettiamo nelle cose belle e importanti, a cui teniamo davvero.  Siamo Italiani, siamo arte, musica e cultura; siamo moda, letteratura, scienza e siamo anche sport, a quanto pare  ce la caviamo piuttosto bene a tirar calci ad un pallone. Il calcio piace a molti, ma non a tutti e nessuno condanna chi non lo segue,  in compenso si tende a fare il contrario giudicando chi ne è appassionato, soprattutto durante le grandi competizioni internazionali. E io allora dico:  chi non ama seguire la Nazionale, chi ce l’ha col calcio, con i calciatori (o col mondo intero?)  si dedichi ad altro, ma possibilmente lasci guardare le partite in santa pace agli altri. Non abbiamo bisogno di sermoni e finti moralismi e vi confermo che no, non ci siamo dimenticati che siamo poveri, incasinati e disoccupati, solo che delle vostre parole vacue ce ne facciamo  poco, la vostra negatività non ci aiuta ma contribuisce soltanto ad appesantirci le giornate.

Quando nel 1982, in occasione dei mondiali di Spagna , chiesero al nostro indimenticabile Presidente della Repubblica Sandro Pertini se tutto l’entusiasmo che ruotava intorno ai successi degli Azzurri non fosse una pericolosa esagerazione e se non si corresse il rischio di dimenticare i problemi della Nazione, lui rispose così:  Ma i nostri problemi,  ma buon Dio…che ci sia una sosta dalle preoccupazioni, dalla tristezza, dalle insoddisfazioni… dopo 6 giorni di lavoro i viene la domenica, no? E bene chi ha lavorato 6 giorni ha il diritto di andarsene  a gioire con la famiglia sulla spiaggia, in montagna, o altrove.  E per quale motivo gli si deve dire: “Come, tu gioisci quando ti attende il lunedì?” “Io adesso penso alla domenica e il Lunedì verrà a suo tempo.

A 30 anni esatti di distanza il discorso è sempre attuale. Abbiamo tutti diritto alla domenica,  a una breve ma inebriante ventata d’aria fresca, abbiamo tutti il diritto di sperare che attraverso le vittorie di un gruppo di ragazzi con la maglietta azzurra ci possa essere una qualche forma di riscatto dalle delusioni e dalle insoddisfazioni odierne. Non siamo degli sciocchi, o perlomeno non lo siamo tutti: non lo sono io che mando un bacio allo schermo perché Buffon ha parato un rigore all’Inghilterra, non lo è Giorgio Napolitano che si commuove parlando dei successo dei “suoi” ragazzi, non lo è il terremotato dell’Emilia che esulta mentre guarda la partita in una tendopoli. I successi della Nazionale non serviranno a ricostruirgli la casa, ma a dargli forza probabilmente sì. “Italiani brava gente” sì e no, il belpaese pullula di mediocri, di disonesti, di pavidi e incoerenti, di gente che collega lo sport al vizio e alla violenza, e non conosce l’importante significato della parola “sportività”. ” L’Italia  è metà giardino e metà galera”,  è metà fortuna e metà dovere, l’Italia lavora, si innamora e si dispera come dice De Gregori in uno dei suoi testi più belli dedicati alla Nazione.

Però non dimentichiamocelo mai quello che siamo o che possiamo ancora essere, non facciamoci insegnare la vita dagli altri, non fantastichiamo di fuggire all’estero solo perché allettati da qualcosa che non conosciamo bene, e se invece lo facciamo mostriamole con orgoglio le nostre origini, perché se non ci pensiamo da soli, nessuno lo farà per noi e non faremo che contribuire al peggioramento della nostra situazione. Se all’estero ci criticano o ci guardano con disprezzo e siamo noi i primi a dargli ragione è finita. Non ricordo una sola vigilia di partita con la Germania dove non sia apparsa su qualche loro copertina la pizza, il piatto di spaghetti o il mandolino in segno di spregio. E già, siamo bravi a suonare, magari in riva al mare…“vedi Napoli e poi muori” si dice, perchè dopo aver visto la bellezza di un simile paesaggio forse non avrai più bisogno d’altro. Siamo bravi a far da mangiare, sembra incredibile ma con un po’ di pomodoro e mozzarella riusciamo a tirar fuori una delle prelibatezze più apprezzate al mondo, imitata e venduta in tutte le parti del mondo, ma mai buona come da noi; la pizza e la pasta sono immangiabili all’estero e sapete perché? Perché realizzare capolavori con  le cose semplici e con piccoli gesti accurati è una prerogativa tutta nostra.

E poi c’è il calcio.

 Siamo bravi anche in quello, piedi eccellenti, classe e intuizioni. Sono anni che la Germania prova a batterci, ci studia sul campo e a tavolino, ma non ci riesce mai, anche se è risaputo che sono i tedeschi quelli più bravi, organizzati, laboriosi, i tedeschi sono perfetti.  Noi siamo quelli che partono sempre un po’ male, come i cattivi ragazzi svogliati ci prendiamo le nostre sberle e a volte ce ne torniamo a casa, però siamo orgogliosi e la voglia di reagire non ci manca. Siamo così, ci rialziamo da terra, impariamo dagli errori e riusciamo a creare dei piccoli miracoli, grazie alla nostra imprevedibilità e alla nostra intelligenza. Sappiamo essere folli e razionali al tempo stesso, ci piace essere animali da palcoscenico e realizzare l’impensabile, risolviamo a modo nostro il gioco, raggiungiamo i più difficili obiettivi grazie all’impegno e alla fantasia, se vogliamo possiamo esser genio sì, ma per favore… non azzardate a chiederci di rinunciare alla sregolatezza.

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Madonna…

E invece alla fine si parte, otto donne, due macchine e nuovi misteri.

Ovviamente sono con Samuela che è alla guida, accanto a lei Valentina “The Cognat” che, caricata a pile Duracell Extra Strong, dimostra di non essere certo priva di argomenti, io invece sono dietro insieme ad Alechepoihatrovatoparcheggio. Quest’ultima, fresca come una rosa, presenta abbronzatura maldiviana e capello lucido e perfettamente piastrato, proprio come me, che invece appaio già in versione fine concerto: pallida, sfatta  e sudata. Non mi resta che farmi piccola nel mio angolino e riflettere sulle grandi ingiustizie della vita. In macchina si discute di cassano&omosessualità, bambini&gravidanze; sul primo argomento dimostro di essere piuttosto preparata, sul secondo buio totale, per fortuna tra poco inizia Italia-Croazia, devo solo capire in quale zona del corpo “The Cognat” tenga le sue Duracell:  renderla inoffensiva in un momento così delicato per la nostra Nazionale è d’obbligo. Che poi tanto, c’è poco da fare, il nostro destino è quello di soffrire, che siano Mondiali o che siano Europei, agli ottavi si deve sempre stare male. Ma perché, dico io? Siamo bravi, abbiamo dei giocatori che sono delle potenze e allora perché non siamo in grado di comportarci di conseguenza? Sinceramente di calcio non me ne intendo, non ne so proprio nulla, eppure non riesco a capacitarmi del perché una squadra tipo la Germania, non faccia mai soffrire i suoi tifosi. È una Nazionale forte che fa il suo dovere, passa gli ottavi liscia come l’olio e bene o male in semifinale o in finale ci arriva quasi sempre. Noi no. Comincio a capire perché ogni santa volta che l’Italia segna mi commuovo fino alle lacrime: non è felicità, è uno sfogo, un modo da liberarmi da tutta la tensione che accumulo di partita in partita. Sarà anche per questo che amo così tanto la mia terra e la mia squadra, i grandi amori, quelli veri e veraci, non ti danno mai delle certezze, non possono mai essere dati per scontato, in un attimo ti trovi in alto e subito dopo arriva la sberla che ti trascina in basso. Così a metà del primo tempo Pirlo segna un gol da manuale e quando già comincio a crederci, nel secondo tempo ci pensa Mandzuki a spezzare tutti i miei sogni. Nessuna garanzia in questa storia d’amore, ma io ci credo, voglio godermela e vivermela fino in fondo, noi dobbiamo vincere con l’Irlanda, mentre la Croazia e la Spagna non devono assolutamente pareggiare.

 Il tempo vola e San Siro mi appare come una visione, non c’ero mai stata in vita mia e il settore 340, fila 5, posto 2 me lo devo guadagnare, ecco un altro bel mistero: riuscirò ad arrivare fino in cima alla torretta, dimostrando che  le quattro ore settimanali in palestra sono servite a qualcosa? Certe imprese titaniche non possono essere compiute a stomaco vuoto e soprattutto gli eventi musicali trasgressivi vanno accompagnati ad un’alimentazione altrettanto trasgressiva. In un attimo Samuela, la regina delle organizzatrici, (a detta della Bruno) prende in mano la situazione come non mai e facendosi spazio tra la folla, ordina per tutti panini, hot dog, birre e coca cola. Nel giro di pochi minuti tutte stanno masticando felici, ovviamente tutte…tranne me.

Io: “E per me?”

Tranquillèla: “Tutto a posto, cinque panini e due hot dog!!”

Io: “Appunto, siamo in otto Samuela.”

Tranquillèla: “E beh?! Che problema c’è?? Cinque panini e due hot dog!!”

E penso di aver di nuovo detto tutto.

Per fortuna c’è Luisa La Vispa che pensa a me e che corrompe il porcaro. Non voglio sapere come abbia fatto, ma in una frazione di secondo mi ritrovo anche io con la mia schifezza tra le mani. Adesso sì che si ragiona: Lady Ciccone, aspettami che sto arrivando!

L’importante è crederci.  Sono costretta a mettere da parte i miei deliri di onnipotenza perché la regina del pop non aspetta nessuno e come tutte le dive che si rispettano si fa invece attendere per un’ora mezza da un pubblico numeroso e sempre più impaziente. Ma sapete che vi dico? Non me ne importa nulla, sono qui per la prima volta a San Siro ad assistere un evento unico e irripetibile, non è forse vero che “l’attesa del piacere è essa stessa piacere”? Cosa darei per aver inventato io questa frase meravigliosa.

Lei è Louise Veronica Ciccone, in arte Madonna, colei che pensa di essere una divinità, quando la vedo con la sua tutina aderente nera, tacchi a spillo e un revolver in mano, capisco il perché. Tutto è possibile con una personalità simile e una mente che va così veloce, ci sono donne che dee possono esserlo per davvero, forti, sensuali, imprevedibili e maledette. Lei è un’artista, bella, intelligente, e irraggiungibile che ti fa venire voglia di essere come lei;  il suo carisma è talmente contagiante che alla fine vuoi volare alto pure tu.  Da giustiziera a  majorette, da sacerdotessa a geisha, musica forte e musica leggera, ballerine e ballerini,  tutti le girano intorno, la prendono e la desiderano, eppure mai l’avranno perché  Madonna ama giocare, ma a modo suo, con le sue regole. Ci sono e ci saranno svariate possibilità, fantasie improvvisamente realizzabili, divertimento folle e assicurato, ma c’è e ci sarà per sempre una sola e indiscussa padrona del gioco: Louise Veronica Ciccone.

Otto donne e un concerto (continua…)

Ore 7.00 AM: “Sul biglietto c’è scritto che il concerto inizia alle 20, quindi ci troviamo alla GAM alle 16.45!!!!!!”

Ore 8.00 AM: “Ma hai capito???????????? L’appuntamento è spostato!!!!!!!!!!!”

Ore 9.00 AM: “Mi rispondi COGLIONA?????????????!!!!!!!!!!”

Se c’è una cosa che mi diverte è far preoccupare Samuela e tenerla sulle spine, aumentando la suspense. Che poi lei dice che non glie ne importa nulla e che non avrebbe nessun problema a partire senza di me, facendomi andare a San Siro a piedi, ma tanto io non ci credo, senza di me mica si diverte quella lì.  Ora dico: secondo voi la meravigliosa dea, la diva delle dive, Louise Veronica Ciccone in arte Madonna, potrebbe mai iniziare una sua performance alle 8 di sera?? Credo proprio che non sarebbe in grado di farlo neanche Cristina D’Avena, ma “La Bruno” e Luisa qualche giorno fa si sono accorte con orrore che sul biglietto c’era scritto proprio così e allora, giustamente, meglio non rischiare, arrivando trulle trulle allo Stadio mentre gli operai stanno già smontando il palco. Alle 10 AM (con comodo), rispondo ad “Agitela” Ferrero su Faccialibro e con divertimento crescente noto che non è on-line (Panic! Panic!).  Verso l’ora di pranzo mi arriva la telefonata:

Io :“Samu!”

Agitèla: “Ma cosa fai? Dormi??!!”

Io: “Perché? Ti ho risposto questa mattina su FB, non hai letto?”

Incazzatèla: “Ma no, sono arrivata adesso e non leggo nessun messaggio.”

Io: “Ma sì, guarda che ti ho risposto sotto il link della discussione di quattro giorni fa…come fai a non leggerlo?!”

8-donne-e-un-mistero

Il discorso è che “sono svampita”, forse pure più di sua cognata e lei è pronta a metterci una mano sul fuoco che io poi non capisco e chissà a che ora arrivo etc etc e così, ripetiamo tutti insieme: “IL CONCERTO INIZIA PRESTISSIMO E L’ORARIO DELL’APPUNTAMENTO È CAMBIATO, NON PIU’ 17.45, BENSÌ 16.45.”

Io: “Allora va bene Samu, a dopo.”

Sfinitèla: “Va bene…Conni aspetta…mi potresti ripetere un’altra volta a che ora ci dobbiamo trovare davanti alla GAM??”

………………………………

C’è solo una persona che non si fida a tal punto di me e mi fa ripetere dieci volte le cose da fare, come si fa con i ragazzini con qualche problema di apprendimento….quella persona è mia madre. E ho detto tutto.

Morale della favola le più puntuali alla fine siamo io e Vale (la cognata svampita). Appuntamento collettivo davanti alla Gymnica, più che una palestra un’istituzione; Cristina presente, poi arriva Luisa (un buon compromesso tra un avvocato serio e la Vispa Teresa), si arrabbia perchè Fede “La Bruno” che ha sollevato tutta la questione, non è ancora arrivata. La chiama e non riceve da lei alcun tipo di rassicurazione, ma una frase del tipo: “Tranquilla, sono chiusa in ascensore, ma tra due semafori arrivo”, nel frattempo arrivano anche Daniela e Alessandrachecercaparcheggio. Com’è già che si intitolava quel bel film francese? Otto donne e un mistero? Siamo noi: della partenza infatti…non v’è ancora alcuna certezza.

Maledetti squillini, benedetto savoir faire

“Quando ti faccio uno squillo scendi.”

Ho ricevuto questo sms spesso, quando qualcuno doveva venire a prendermi a casa, adesso in realtà non c’è neanche più bisogno di dirselo: tu squilli, io scendo. Niente di male, una frase comune a cui siamo tutti abituati perché la vita frenetica cittadina ci impone di correre, proprio come le famose gazzelle di cui è arcinota la storia: quelle che non arriveranno alla fine della giornata se non saranno più veloci del leone che le insegue. Dura legge quella della savana, mi ha sempre intrigato e spaventato al tempo stesso, ma mi risulta piuttosto incomprensibile quando viene applicata maldestramente in ambito metropolitano e soprattutto in determinate situazioni. Se un uomo mi deve passare a prendere per andare a cena o al cinema, tanto per fare un esempio, qual è il motivo che lo spinge a farmi l’orribile squillino per farmi scendere di sotto? Perché vuole buttare le basi per la realizzazione di una serata scadente a parer mio. È chiaro che ognuno fa ciò che meglio crede e nella più totale buona fede, ognuno ha le sue abitudini, solo che alcune sono buone e altre invece sono pessime. Senza ombra di dubbio, sarei in grado di scendere con tanto di corona d’alloro e bacio (non del tutto) accademico, da stampare sulla bocca di  quel GRANDE UOMO che non mi fa trillare il telefono quando passa a prendermi. Aborro, odio, detesto, disprezzo lo squillino  e la sua miriade di messaggi subliminali. Robe del tipo:

“Acceleriamo i tempi!” (E perché? Stiamo andando a divertirci, o a timbrare il cartellino?)

“Non ho voglia di aspettarti troppo.” (Effettivamente quel “fondamentale” minuto in più potrebbe fare la differenza), ma soprattutto….

“Non ho voglia di alzare il mio pigro deretano, sta così bene incollato al sedile della macchina.”

“Non ho voglia di compiere la tredicesima fatica di Ercole per aprire la portiera e venire a suonare il tuo citofono.”

“Non ho voglia di consumare la mia preziosa voce per parlarti, perché quel gravoso Sono io scendi, potrebbe essermi letale.”

Forse esagero, sono sempre piena di insolite pretese, ma ci sono una serie di gesti o non gesti che per me fanno la differenza. Non mi offenderò mai perché qualcuno ha fatto squillare il cellulare per “NON” comunicarmi la sua presenza sotto casa, ma probabilmente gli rifilerò un bel 4 sul pagellino, nella difficile materia del savoir faire. E allo stesso modo si assicurerà un bel 9 IL MITO che si sarà preso la briga di venire a citofonarmi, aspettandomi addirittura davanti al portone. Esiste il Fast Food ed esiste lo Slow Food e vuoi mettere la differenza? Mi piace pensare di poter assaporare la vita e i sentimenti nella maniera più lenta possibile, di avere del tempo da perdere e da dare; mi piace sapere che posso comunicare davvero con le persone e non in maniera fredda perché se si schiaccia un tasto “si fa prima.” È come se un certo tipo di gestualità scortese fosse diventata parte integrante del nostro quotidiano e le piccole importanti attenzioni non avessero più alcun valore, tutti di corsa, tutti distratti, tutti uguali. Sono sciocchezze forse, niente di così importante dal momento che in media nessuno ci pensa, eppure a me piace badare ai piccoli dettagli e avere dei riti. La condivisione del pasto ad esempio è un’altra importante questione: se la persona con cui devo pranzare o cenare mi telefona per dirmi di iniziare senza di lui perché arriverà in ritardo, proprio non ce la faccio a non aspettarlo, perché il fatto di condividere quel momento insieme è più importante di tutto il resto. Non mi piace mangiare prima di un altro e se so che deve arrivare, lo aspetterò anche fino a mezzanotte. Nella savana “metropolitana”, per fortuna, non è mai morto nessuno di fame mentre attendeva qualcun altro e allo stesso modo apprezzo che gli altri si comportino in maniera analoga con me. Al ristorante ad esempio, può capitare che non servano le portate contemporaneamente, ed è ovvio che non c’è niente di peggio che mangiare cibo freddo, se questo deve essere consumato caldo, ma c’è modo e modo di comportarsi. Puoi essere affamato quanto vuoi, ma nel momento in cui il cameriere ti porta i tuoi bei tajarin al tartufo, PROVA o almeno FINGI di comportarti da persona civile e fai in modo che io non debba assistere alla raccapricciante scena del Canto XXXIII dell’inferno dantesco, quella dove il Conte Ugolino si avventa e poi solleva soddisfatto la bocca dal “fiero pasto”. Non costa davvero nulla fare il bel gesto di aspettarmi, perché non sarò mai così crudele da farti mangiare la pasta incollata:

“Oddio, ma cosa fai? Incomincia pure che poi si raffredda e non è più buono!”

Te lo dirò colma di gratitudine e con un sorriso a 64 denti. Savoir vivre, savoir faire: non si tratta di un profumo e di un dopobarba di Dolce&Gabbana, è un modo  relazionarsi al prossimo, è un modo di essere….come? Educati, gentili, attenti, cortesi, affabili. É roba “old style” per una cerchia ristretta e privilegiata di persone: quelle  con una marcia in più.