“Quandoque bonus dormitat Homerus” ovvero: Ciccio perchè l’hai fatto??

Quando sarà successo? Martedì o mercoledì credo, una serata come tante che mi vedeva come al solito stravaccata sul divano in attesa della milionesima puntata di Un posto al sole. Avete poco da scandalizzarvi se guardo le soap opera: “Non si può essere intelligenti 24h su 24”, lo diceva sempre il mio adorato professore di cinema, nonché  relatore della tesi. Mi sono appropriata di questa sua grande “perla di saggezza” e l’ho fatta diventare un’ottima scusa per guardare, di tanto in tanto, scemenze in TV… ma a tutto c’è un limite perbacco, e adesso vi spiego il perché. Mentre attendevo la fine della pubblicità per avere notizie sulle sorti della bella Angela, aggredita da quattro scugnizzi alla periferia di Napoli (forse, se non avesse avuto la brillante idea di farsi una passeggiatina solitaria in piena notte in una delle zone più malfamate della città, sarebbe stato meglio), sono stata improvvisamente travolta da una musica meravigliosa e inconfondibile. Occhi a cuore, sorriso da ebete e battito cardiaco accelerato: “Oddio, c’è De Gregori in  televisione, non succede quasi mai, sta cantando uno dei suoi pezzi più belli, La Storia siamo noi!!” La fase successiva consisteva nel capire che cosa ci facesse il “mio” dolce amore su Rai 3. Che si trattasse per caso della presentazione di uno speciale a lui dedicato? Oppure qualche comunicazione sociale, una roba sui 150 anni dell’Unità d’Italia in ritardo…. Gente che balla, volti che ridono, aria di festa, non ci capivo più nulla. Deve essere stato nel momento in cui ho realizzato cosa stava capitando che ho perso i sensi.

Monte dei Paschi di Siena,  scegli il conto giusto per te”, o qualcosa di simile, non lo so e non mi interessa saperlo: Francesco De Gregori, l’uomo più schivo e impopolare della terra, quello che “i simpatici mi stanno antipatici e i comici mi rendono triste”, ha dato una delle sue canzoni più immense in pasto alla pubblicità. Ci deve essere un errore, lo hanno fatto a sua insaputa.

Caro Francesco, va bene che la storia siamo noi e che nessuno si deve sentire escluso, ma io quasi quasi, qualche piccola clausola ce l’avrei messa. Perle ai porci si suol dire. La storia siamo noi è una canzone per tutti ma non popolare, il suo significato  è profondo e non va sprecato. Ci invita a ricordare l’importanza dell’esistenza e del contributo di ogni singolo individuo all’interno della grande Storia; in pochi fondamentali minuti racconta tutta la nostra vita e ci invita a viverla senza nascondigli, con coerenza e partecipazione. Caro Francesco, fino ad ora non avevi dato questa canzone a nessuno, ci avevano provato negli anni passati i fascisti e i socialisti per i loro congressi e li avevi prontamente diffidati, adesso permetti che venga utilizzata come jingle per una pubblicità? “Pecunia non olet”, mi ha fatto giustamente osservare la mia amica Bianca su Facebook, ma tu non sei così Ciccio, tu sei diverso e non venderesti mai le tue canzoni al migliore offerente, dimmi che è stato un errore, dammi una spiegazione plausibile. Io l’ho capito che son tempi duri e la crisi avanza, ma se anche i miei punti di riferimento cominciano a cedere alle “sirene del consumismo”, allora è proprio vero che la fine de mondo è vicina. Forse questa sera accenderò la televisione e ci sarà Nanni Moretti che pubblicizza i Pampers e  La locomotiva di Guccini utilizzata come jingle per risollevare le pallide sorti delle Ferrovie dello Stato. Maya maledetti, non vi eravate sbagliati…. Che cosa si fa in questi casi?

Si spegne la TV e si attende di essere travolti dal nulla.

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Voglio essere una mina vagante

Torno al mio primo grande amore, anzi al secondo perché il primo indiscusso è pur sempre il teatro… sia come sia torno a parlar di cinema, chissà se ne sarò ancora capace. La laurea al DAMS è ormai lontana e sono lontani quei tempi in cui pensavo di potermi dedicare totalmente alla settima arte, facendomi addirittura pagare, pensate che perversa fantasia! Ad ogni modo la voglia di mettere per scritto i cinefili pensieri è rimasta, e così inauguro la sezione “cinema” del mio blog con alcune riflessioni su Mine Vaganti di Ferzan Ozpetek. L’ho rivisto proprio ieri su Rai 1…sì sì, avete capito bene, Rai 1, il canale più democristiano e conservatore della TV italiana, quello con un TG fino a qualche mese fa satirico, diretto dal cicisbeo Augusto Minzolini, ha mandato in onda un film ad alta tensione, brrrrrr. Cosa sarà mai successo? Mi aspettavo a fine visione un Porta a Porta dedicato alla “feroce piaga dell’omosessualità” con l’inossidabile Bruno Vespa che faceva entrare i suoi ospiti illustri: il prete amico dei giovani, lo psicologo ciellino, lo specialista in malattie tropicali e Vladimir Luxuria per la par-condicio. Invece niente, duri, puri e trasgressivi fino in fondo. Vi dico subito una cosa, cari lettori e amici miei, non ho intenzione di tediarvi con un analisi del film degna del peggior rompipalleintellettualedisinistra, in primis perché non ne sarei in grado e poi perchè sono la prima a detestare e ad aver detestato da studentessa, i cosiddetti figli mancati di Kubrick; quelli che ti sezionano il film, sequenza dopo sequenza, e sono in grado di dibattere per ore con precisione estrema su cosa succede al minuto 25esimo dal punto di vista del montaggio, della sceneggiatura, della fotografia e compagnia bella. Ricordo con una certa qual inquietudine una mia docente universitaria che per spronarci a guardare i lungometraggi in lingua originale, ci raccontava che la figlia di 6 anni adorava guardare il suo film preferito Barry Lyndon (!!) solamente in inglese. Ammetto che dal punto di vista cinematografico ho avuto anch’io un’infanzia difficile con mia madre che mi faceva vedere robe traumatizzanti, mentre tutti i comuni bambini mortali si divertivano con Mary Poppins, ma per fortuna ne sono uscita abbastanza bene, senza fissazioni e cerco di giudicare ciò che vedo nella sua interezza, senza sezionare la pellicola col bisturi. In compenso mi sono creata una sorta di schema che mi ha portato a dividere i film in tre categorie:

1) Film che si guardano e si dimenticano

2) Film che si guardano e si ricordano

3) Film che si guardano, si assimilano e si discutono

Mine Vaganti appartiene a questa terza categoria, quella dei lungometraggi che lasciano un segno e di cui è giusto parlare appena usciti dalla sala, davanti ad un bicchier di vino, una pizza, una canna, decidete voi come e soprattutto con chi, personalmente vi consiglio una persona con cui siete sulla stessa lunghezza d’onda ( che non vuol dire che la deve pensare uguale a voi).

Amori Impossibili

Tante belle sensazioni, tante belle battute da ricordare in quest’opera non priva di tormento, musiche e colori contrastanti ma amalgamati con sapienza, montaggio incalzante; è una storia fatta di passioni represse e di conseguenza violente. Vi risparmio il “riassuntino” della trama tipo Bignami che non fa bene e non interessa a nessuno, penso che in questo film ci sia da soffermarsi soprattutto sui personaggi, sulle loro diversità e sulle loro fragili esistenze. In primo piano la famiglia Cantoni, proprietaria di un noto pastificio industriale; si tratta di un autentico clan salentino, borghese fino al midollo, pieno di principi apparentemente solidi e tante certezze. Si vive per lavorare sodo, per essere e mostrarsi in un certo modo, si vive per non morire e per assicurare continuità alla specie, i colpi di scena non sono previsti e concessi. Inevitabilmente il castello dei Cantone, costruito negli anni, carta dopo carta, crolla miseramente al primo soffio di vento e questo si verifica quando il figlio maggiore Antonio (Alessandro Preziosi), irreprensibile lavoratore nel pastificio di famiglia, dichiara la sua omosessualità nel bel mezzo di una cena con tutti i parenti. Da quel momento niente sarà più come prima, il capofamiglia (Ennio Fantastichini) verrà colto da un lieve infarto dopo aver cacciato di casa il figlio “degenere” e stravolgerà i progetti del minore Tommaso (Riccardo Scamarcio), omosessuale come Antonio, obbligandolo a rimanere a Lecce. E in tutta questa vicenda qual è il ruolo delle donne? Sono figure distanti tra loro, da una parte ci sono le “diversamente concrete” Lunetta Savino e Bianca Nappi (madre e figlia), dall’altra le “diversamente irrisolte” Ilaria Occhini ed Elena Sofia Ricci (nonna e zia). Appare abbastanza chiaro che in una famiglia composta da felicemente infelici ed infelici tout court, saranno gli appartenenti alla prima categoria ad andare avanti, grazie ad un modo di concepire la vita più razionale e pragmatico. È questa la grande forza di quelli senza tanti “grilli” per la testa, quelli consapevoli dalla nascita di come sarà il loro avvenire: per educazione, cultura, background famigliare, hanno evitato di complicarsi la vita con strane domande e se la sono semplificata. Tommaso è riuscito a scappare dal conformismo della sua terra natia scegliendo di studiare a Roma, dove vive la sua diversità in maniera serena ma limitata dal momento che non riesce a mostrarsi per quello che è alla sua famiglia. Ha raccontato ai suoi di studiare economia e commercio, ma in realtà è iscritto a lettere, non ha mai dichiarato la sua omosessualità e nel momento in cui decide di farlo, il fratello maggiore lo precede, fregandolo e chiudendolo a chiave nella sua gabbia dorata. Ha molto in comune con la nonna sensibile ed emancipata come lui, in passato è stata costretta a sottostare ad un matrimonio di convenienza, ma ha amato per tutta la vita il cognato.

“Gli amori impossibili non finiscono mai. Sono quelli che durano per sempre”, è questa una delle massime più grandi del film su cui mi sono più volte interrogata. Quali sono gli amori impossibili? Forse quei sentimenti che non sono mai stati vissuti fino in fondo, che non hanno conosciuto le cicatrici del tempo e che sono stati in parte idealizzati. Sono rimasti sospesi, sono puri e intoccabili, li abbiamo fatti a nostra immagine e somiglianza, colmati di aspettative, sono diventati forti e indistruttibili. Non sono effettivamente reali, eppure non hanno perso per un secondo la loro importanza e di fatto, certe sensazioni e certi ricordi ce li porteremo appresso per sempre. Le scelte realistiche e razionali possono risolverci la vita, appaiono logiche al punto tale da non lasciare spazio ad eventuali alternative, eppure se rinunceremo al sogno di un amore in nome di una maggiore stabilità, nel nostro cuore sapremo sempre di averli repressi perchè in qualche modo dovevamo andare avanti. Magari abbiamo trovato qualcosa che comunque ci ha completato e rasserenato, ma abbiamo rinunciato a fare davvero i conti con noi stessi e a combattere una battaglia troppo complessa. Siamo rimasti lievemente feriti sul campo e ci è bastato, non abbiamo voluto rischiare di morire, siamo scappati dalla passione, dalla follia, dal desiderio viscerale che spacca stomaco, cuore e cervello. Non voglio discutere su cosa è meglio e su cosa è peggio, anche perché penso che una risposta non possa esserci, siamo i soli a sapere cosa è davvero giusto per noi. Ci sono mille modi diversi di vivere la vita e l’amore: potremo decidere di essere felici o di raccontarci di esserlo, potremo amare ed essere ricambiati, oppure aspettare per tutta la vita un amore che non c’è, potremo permettere a qualcuno di amarci, oppure rimanere da soli, vivendo la nostra solitudine con allegria e non come fosse il peggiore dei mali. Si può essere soli e felici e si può essere soli e disperati insieme a qualcuno. La famiglia Cantone è numerosa, chiassosa, simpatica e colorata, eppure ognuno vive e ragiona per sé, non ci si parla e non ci si ascolta davvero. Ho amato tanto il personaggio di Alba (Nicole Grimaudo), la sola protagonista estranea alla grande clan, l’ho seguita con attenzione, scena dopo scena, ho assorbito quella sua esistenza di fragile e triste creatura: Alba ama senza essere amata mai, Alba brucia di passione e soffre in silenzio nella sua fortezza di cristallo, Alba ha quasi paura di parlare:

“Non te lo hanno detto che sono pazza? Lo sanno tutti.”

Dice al suo amico Tommaso che ha capito tante cose di lei, ma non la può salvare. Sono queste le “mine vaganti”, i diversi, gli effimeri, gli artisti, i solitari, le anime senza pace, vivono di attimi ed emozioni fugaci, cercano la felicità con disperazione, troppo spesso ne hanno paura.

“ Le mine vaganti servono a portare il disordine a prendere le cose e a metterle in posti dove nessuno voleva farcele stare, a sgominare tutto, a cambiare i piani.”

Voglio essere una mina vagante anch’io.