Emma, Arisa, Noemi: mi piacciono le donne che vincono con la voce e non con la…farfalla

La musica è finita, quella di Sanremo si intende e Emma Marrone si porta a casa la medaglia d’oro in questa ultima e tormentata kermesse sanremese. Finale completamente al femminile, un bel tris di donne, oltre alla vittoria di Non è l’inferno di Emma,  la medaglia d’argento è andata ad Arisa con La notte e quella di bronzo alla rossa Noemi con Sono solo parole. Chi si è lamentato del poco spazio dato alla musica ha clamorosamente sbagliato o polemizzato inutilmente: sono state serate intense dove più che mai la canzone italiana è stata la protagonista principale.

Non sono mancati i diversivi. Tante chiacchiere sulla vicenda Celentano, pochi concetti e battute pecorecce da parte dei nuovi/vecchi comici a corto di idee (Geppi Cucciari esclusa)  e soprattutto tante, tante inutilità in merito al  volgare coup de théâtre di Belen Rodriguez. Già, perché a partire da mercoledì notte la maggior parte dei giornali e dei programmi televisivi, ha avuto un bel da fare su un argomento che di culturale ed artistico aveva ben poco: il vestito della Rodriguez. I dibattiti “intelligenti” in merito erano d’obbligo e la domanda nasceva spontanea:  la “nobildonna” argentina ce le aveva le mutande  oppure no? Chissà se lo saranno domandato anche i censori RAI, chiamati apposta per sovraintendere alla rassegna e per fare in modo che non venissero dette cose fuori luogo. Evidentemente lo stesso discorso non è valso per il buon gusto nel vestire, bocche cucite, ma “patonze” di fuori perchè la mercificazione del corpo femminile non è mai un problema. Il pubblico maschile ha apprezzato e in fondo che male c’era? La donna è meglio nuda che vestita e il maschio latino è verace,  lassista al 100%, basta che non gli tocchi la mamma, la sorella e la fidanzata/moglie.  E quello che forse mi sconforta di più è che non sono solo gli uomini  a pensarla così, ma anche moltissime donne che scambiano l’esibizionismo con l’emancipazione e si prestano consenzientemente ad un gioco che ci fa tornare indietro tutte di 10.000 anni.

Che i vestiti incriminati  fossero d’alta moda non ci piove, erano pure molto belli e che si sia visto qualcosa o meno alla fine conta ben poco, non è quello il punto, è il messaggio che passa che è deprimente. Abbiamo lottato ferocemente per far sentire la nostra voce, per i nostri diritti e la nostra emancipazione, eppure non è servito un granchè se una donna incantevole come Belen Rodriguez utilizza questo genere di squallidi escamotage per attirare l’attenzione su di sé, senza averne nessun bisogno tra l’altro. Lo ha fatto consapevolmente, lo ha detto e se ne è vantata asserendo che la televisione è spettacolo e anche la provocazione ne fa parte. Beh, sarò impopolare, ma ritengo che questo genere di teatrini, di provocatorio abbiano ben poco. Sono banali e non fanno un bel servizio alla figura femminile, ma anzi la sminuiscono perché  le donne, quelle vere, hanno altre armi per farsi apprezzare e la signorina Rodriguez, oltre ad aver dato un esempio di scarsa eleganza, ha dimostrato di essere la prima ad avere ben poca fiducia nelle sue reali capacità artistiche. Aggiungo che una donna intelligente, una vera professionista dovrebbe conoscere perfettamente anche l’importante concetto del senso del luogo e lei non l’ha fatto, al contrario si è dimostrata totalmente inconsapevole, scambiando l’Ariston, uno dei teatri più celebri d’ Italia, per un fatiscente Night Club di provincia. Non si trovava lì per presentare uno spettacolino di serie B, ma Sanremo, il Festival della Canzone Italiana. Per fortuna ci hanno pensato i suoi compagni di avventura a fare bene il loro mestiere e far parlare la musica, rinunciando volentieri a qualche articolo scandalistico in più sui giornali. È andato tutto bene alla fine, anche se forse mi aspettavo qualcosa di più. Non è stata una delle edizioni più scoppiettanti, non sono rimasta colpita da nessun pezzo in particolare, tante canzoni orecchiabili ma nulla che spiccasse. Ho apprezzato l’originalità dell’ eliminata Irene Fornaciari, la profondità e il feeling del duetto Dalla-Carone, la grinta di Dolcenera, la spiritualità di Eugenio Finardi, la classe di Nina Zilli e dei Marlene Kunz, anche se il pezzo con Sanremo non aveva niente a che vedere. Che dire invece della vincitrice e delle sue colleghe finaliste? Tre brave ragazze ( che non guasta mai) che fanno onestamente il loro mestiere e propongono pezzi destinati a rimanere nella memoria per una stagione, forse due; tre ragazze provenienti da tre diverse “fabbriche sfornatalenti”, AmiciX Factor e Sanremo Lab. Dicono che, volenti o nolenti, dobbiamo accettare che il futuro della musica passi attraverso i programmi televisivi, ma personalmente non ne sono ancora così sicura. Li seguo con curiosità, se un pezzo mi piace lo scarico (mai lo comprerei) e lo ascolto, ma la cosa finisce lì. Sarò antica, ma continuo a pensare che gli artisti veri sono altri, non devono necessariamente passare per la televisione se vogliono lasciare un segno indelebile della loro presenza e della loro poetica. I ragazzi che escono dai Talent Show non fanno certo del male a nessuno, ma oltre a non essere minimamente fondamentali, mi sembrano più dei burattini in mano ai produttori e alle case discografiche che li utilizzano per risollevare le loro sorti e per migliorare la loro posizione, acquisendo notorietà. Questa la realtà dei fatti da qualche anno a questa parte: Marco Carta, Valerio Scanu, Emma, Pierdavide Carone, Noemi sono stati i principali protagonisti del Festival della Musica Italiana, ma quanto possono effettivamente rappresentarne il futuro? Io credo che la musica preconfezionata in mano a personalità studiate  a tavolino nei minimi dettagli, non possa essere la giusta risposta; ci sono pochi talenti e poche cose da dire, forse dovremmo partire da questo presupposto e trovare la strada cercando in altre direzioni a costo di metterci degli anni. Facilitarsi la vita e accontentarsi di quello che ci propongono i burattinai della TV  è una soluzione di comodo che non potrà portare mai a nulla di buono. Spero di non essere la sola a pensarla così.

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Adriano Celentano vs Mario Rossi, il SuperUomo che paga il canone

Argomento del giorno? Il Festival di Sanremo, of course. Io non me lo sono perso e non me lo perdo da quando ero bambina e sognavo di scappare in America con l’effeminato Luis Miguel che cantava “Noi ragazi di ooooogi noooi”. A dire il vero gli articoli da scrivere sull’argomento sarebbero due, uno dedicato al Festival e alle canzoni, un altro invece dedicato allo “scandalo” Adriano Molleggiato Celentano. “Che barba” direte e devo ammettere che anche la mia di barba non scherza per quanto è diventata lunga. Ma come si fa a stare zitti e a non intervenire. Io il grande Adri lo amo e avrei messo volentieri anche lui in valigia negli anni 80, mentre organizzavo la mia fuga negli States. Ma questa è un’altra storia, e allora non mi dilungo e arrivo al dunque partendo da una considerazione banale che consiste nel bizzarro rapporto instauratosi tra l’italiano medio e il canone RAI. Una cosa in questi ultimi giorni “ante Sanremo” l’ho capita perfettamente:

IL CANONE GASA.

Regala al nostro Mario Rossi (ogni riferimento a italiano medio è puramente casuale) un delirio di onnipotenza mai visto. Il fatto di poter dire “Perché IO pago” lo fa crescere in altezza e in massa muscolare, lo fa sentire potente e importante come se il canone l’avesse pagato personalmente per le famiglie di tutta Italia. Di conseguenza succede che quando “Mamma RAI” fa qualcosa da lui non apprezzata, si sente immediatamente autorizzato a salire sul pulpito, pronto a lanciare insulti allo sgradito di turno. E quest’anno è stata la volta del Molleggiato, personaggio davvero ben poco presente in televisione, dove si sa, di norma c’è posto per tutti: mezze calze, nani e ballerine, prezzolati profumatamente per dare sfogo ai più svariati teatrini televisivi. In questo caso però, pagarli piace da matti. E se per caso qualcuno viene chiamato per non sculettare in TV e dire banalità in un italiano stentato, eccoci pronti a saltare su tutte le furie. Chi è Adriano Celentano? Un uomo di 74 anni, cantante bravissimo, attore piacevole, personaggio televisivo che si può apprezzare o no. Chi è Mamma RAI? Un ente benefico che regala soldi al primo cretino che si presta? I don’t think so. L’ospitata del Molleggiato, pagata profumatamente ha fatto gola a tanti, sponsor pubblicitari in primis, che sapevano benissimo a cosa sarebbero andati incontro se di mezzo ci fosse stato “Re Mida” Celentano. Ma la famiglia Rossi incalza e insiste: “Tutti questi soldi buttati via, che vergogna!!” Apporterei una piccola, modifica alla frase, trasformandola in: “Tutti questi soldi dati in beneficenza, che vergogna!!” Proprio così, nessuno ne parla, ma è risaputo che il lauto compenso del cantante più discusso d’Italia verrà devoluto in parte ad Emergency e in parte a famiglie bisognose. E lo volete sapere un altro scandalo? Per non gravare sui beneficiati, Celentano ha voluto accollarsi anche le forti tasse derivate dal suo cachet. Ma non basta, non è sufficiente perché….”sono IO che pago un artista che tutto sommato potrebbe anche venire gratis dato che si diverte a fare il suo mestiere e poi uno se vuole fare davvero beneficenza la fa senza dire niente a nessuno e sicuramente è la solita montatura e poi chissà mai cosa fanno sti qua di Emergency e le famiglie bisognose saranno davvero bisognose? Io fosse stato per me i soldi li avrei dati sicuramente a qualcun altro!” ………….. Ma non è che staremo esagerando? Ma non è che stiamo diventando tutti quanti matti e dovremmo ridimensionarci un pochettino? Ho una sensazione sinceramente: eravamo prevenuti sul personaggio ancora prima che salisse sul palco dell’Ariston e martedì sera, in quei 50 minuti di ospitata, non vedevamo l’ora che pronunciasse la prima frase per metterlo immediatamente alla gogna, cercando ogni minima scusa (e il suo intervento ne ha date da vendere) per sentirci in dovere di chiederne l’immediata censura. Personalmente l’intervento mi è piaciuto, ma non faccio testo perché lo stimo, anche se questo non vuol dire che sono completamente scema e incapace di criticare. Sono rimasta folgorata dall’inizio, da quella simulazione di scene di guerra con effetti speciali di fortissimo impatto. Sono d’accordo con lui in parte su ciò che ha detto a proposito di certe riviste cattoliche, approvo pienamente il discorso contro la soppressione dei treni notturni, quello a favore dell’operato di Don Gallo e per quel che riguarda Aldo Grasso…ce ne sarebbe da dire un bel po’, ma ritengo sia un personaggio che sta cominciando a perdere credibilità. Trovo poi che su certi argomenti vada troppo a braccio, rischiando la retorica e quando parla di Dio, rischia di impelagarsi in cose evidentemente più grandi di lui con risultati poco interessanti e molto confusionari. Ma nonostante questo, sapete che vi dico? Lunga vita ad Adriano, lunga vita ad un uomo/artista/punto di riferimento che si prende sempre le responsabilità di tutto ciò che dice e che senza nessun tipo di paura fa NOMI e COGNOMI, lontano mille miglia da “leccaculismi&pappette”, noncurante di poter essere scomodo e sgradito a Tizio, Caio e Sempronio o al potente di turno. Smettiamola con i soliti discorsi che al Festival si dovrebbe parlare di musica, non è che un inutile scusa per sentirsi più autorizzati a non far funzionare il cervello, per non rischiare di avere delle idee, magari del tutto opposte a quelle del “predicatore” per antonomasia, ma comunque delle IDEE, belle e sane che possano portare ad un analisi critica e ad un confronto. Ad oggi c’è chi è a favore e c’è chi è incazzato nero, ma di fatto si sta parlando di argomenti interessanti. Chissà perché, ho la sicurezza che nessuno avrebbe avuto nulla da obiettare se il super ospite fosse stato qualche calciatore o qualche starlette del momento. Un paio di anni fa era venuta la bella Jennifer Lopez, tutt’altro che una starlette, una brava professionista che aveva fatto il suo mestiere di ballerina e cantante e in questo caso, ovviamente, la visione di chiappe&tette danzanti non aveva minimamente turbato. Era venuta gratis? Non risulta, anzi. Aveva devoluto il suo compenso in beneficenza? Pare proprio di no, però era tanto caruccia e soprattutto aveva usato la sua bella voce per cantare e per non dire cose scomode, così il Signor Rossi e famiglia si erano sentiti più sereni e felici di aver speso bene i loro soldi. A volte ci basta così poco per essere felici, ho questa sensazione e mentre rimugino mi rendo conto che alla fine non ho ancora parlato di musica…eggià, un articolo non basta. Aspetto l’ultima puntata di sabato e ne approfitto per ascoltare qualche volta in più le canzoni, servirà a chiarirmi le idee. Celentano tornerà pare, ma con la supervisione dei Vertici RAI che controlleranno il suo operato mentre lui si farà due risate. Anche a me scappa da ridere e proporrei a questo punto una visione del Festival registrata con applausi finti e una buone dose di “bippate” al fine di censurare le  battute troppo audaci del Molleggiato, dopo tutto a che serve la democrazia? È un’opinione, proprio come la matematica.

Colpevole fino a prova contraria

È  vero, avevo promesso che avrei parlato esclusivamente di musica e null’altro, niente politica, niente cronaca e attualità, solo cose belle da scrivere  perché tutto il resto…non è noia, ma spesso  fa paura e certi cattivi pensieri  è meglio lasciarli chiusi in un cassetto perché , bene o male, c’è già chi ci pensa.  Eppure non deve essere un caso se ho detto ai miei ipotetici lettori che “it’s not only rock’n’roll”; sapevo che avrei avuto anche altre “urgenze” estranee alla musica e così eccomi qua con un nome che mi batte nella testa da ieri: Giuseppe Gulotta, un uomo libero dopo 22 anni passati in carcere senza aver commesso il fatto. Non è il solo purtroppo. Sono stati molti i casi in cui persone innocenti  hanno dovuto scontare anni e anni di  prigione. La storia di Giuseppe è triste, come quelli di tutti gli uomini che hanno subito un’ingiustizia e risale al 27 gennaio del  1976, 36 anni fa, quando aveva solo 18 anni. Fu accusato della morte di due carabinieri, Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo uccisi in seguto di un assalto alla caserma di Alcamo Marina.  Giuseppe Gulotta ha passato anni a proclamarsi innocente e a non essere creduto, lo fanno tutti i carcerati d’altra parte, perchè credergli .  Aggiungiamo anche che fu lui stesso a dichiararsi colpevole. Assurdo? Non così tanto se per farti confessare le tue responsabilità vieni sottoposto alle peggiori torture da parte delle Forze dell’Ordine, le nostre Forze dell’Ordine. Sì, questo genere di ignobili violenze  venivano praticate già nell’antica Roma, nel Medioevo, nel 500, nel 600, nel 700, nell’800, nel 1976 e ancora nel 2012. Chi dovrebbe occuparsi  di fare giustizia, di ristabilire l’ordine, chi dovrebbe tutelarci non sempre lo fa, anzi, strappa via l’innocenza ad un uomo a suon di botte.  Voglio attaccare l’Arma? No, non ci penso nemmeno, perché mi vengono i brividi al sol pensiero di poter perdere la fiducia nelle nostre Istituzioni e non voglio dimenticare neanche un secondo che il giorno 27 gennaio del 1976 proprio due uomini a servizio del loro e del nostro Paese hanno perso la vita.

E allora rifletto su altro.

Sul senso della giustizia, su cosa si può fare perché un uomo non debba subire simili orrori. Un essere umano come me ha passato 21 anni, 8030 giorni  di carcere, senza aver commesso il fatto. Un essere umano come me è stato costretto con la violenza a confessare ciò che non aveva commesso e non è tutto qui, perché ha perso la sua giovinezza e gli anni migliori della sua vita dietro le sbarre, senza la sua famiglia e gli affetti. Ha conosciuto tutti i peggiori retroscena della vita da recluso ed è stato creduto da tutti un assassino. E non lo era. Ed è a questo punto allora che la musica può tornare utile nel mio discorso, penso ad una canzone di Fabrizio De Andrè ed estrapolo dal testo di Nella mia ora di libertà il pezzo che dice: Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti.  Sono convinta del fatto che colpevoli lo siamo sempre un po’ tutti, quando capitano certe cose. Noi gli insospettabili, noi i piccoli, medi, o alti borghesi che ce ne stiamo liberi e beati a casa, con le nostre certezze, le nostre paranoie futili e l’affetto dei nostri cari. Noi con il dito indice troppo spesso puntato quando ascoltiamo il telegiornale stravaccati sul divano. Noi che ci indignamo perché a nostro avviso gli anni di galera degli assassini sono sempre troppo pochi, 15, 20, 30 anni, si farebbe prima a rinchiuderli e buttare via la chiave. Noi che abbiamo ovviamente un concetto personale di giustizia e sputiamo veleno sui Social Network quando qualcuno non viene condannato in assenza di prove, perché tutto quello che abbiamo letto, sentito, o visto ci ha fatto capire benissimo che era lui il mostro. Lo ammetto, sto facendo una gran fatica ad essere lucida e a non ammettere che certe vicende di “malagiustizia”  mi fanno arrabbiare, stringere i pugni e quante volte mi sono detta: “Se fosse capitato a me, avrei provveduto da sola a sistemare le cose.” Però, nello stesso tempo non capisco perché siamo tanto bravi ad indignarci quando presunti colpevoli non vengono condannati e non lo siamo altrettanto quando ci viene raccontato che un uomo che potrebbe essere nostro padre o nostro fratello ha passato un quarto della sua irrecuperabile esistenza in carcere ingiustamente. Cosa facciamo mediamente in questi casi? Ascoltiamo la notizia distrattamente, ci lasciamo andare ad un paio di considerazioni banali e a  fine notiziario, stiamo già sorseggiando il nostro caffè e Giuseppe Gulotta non è che un lontano ricordo. Non so neanche io dove voglio arrivare forse, ma una cosa è certa: la giustizia è fatta dagli uomini e non da infallibili divinità, gli uomini sbagliano e lo facciamo ancora di più noi, comuni mortali che non abbiamo studiato la giurisprudenza. Personalmente nel 1976 non ero neanche ancora nata ma non mi sento comunque innocente, perché sarei stata una delle prima ad esultare di fronte alla condanna di Giuseppe, “quelloschifosocheavevauccisoduecarabinieri”. Ad oggi non abbiamo ancora notizia di chi sia stato, ma una cosa è certa, un innocente ha pagato per loro, sono questi i fatti che parlano, eccome se parlano…e gridano. E allora aspettiamo a puntare il dito e ad improvvisarci giudici ogni volta che qualcosa non ci piace, questo penso. Lottiamo per una giustizia migliore, per una legge che sia davvero uguale per tutti, incazziamoci e tanto quando un colpevole al 100% non paga i suoi debiti con la giustizia o li paga a metà, ma fermiamoci a pensare qualche minuto in più quando il telegiornale ci annuncia un assoluzione in assenza di prove. Anche se la nostra “pancia” ci suggerisce altro. E se mi chiedete se è  meglio essere liberi pur essendo colpevoli, oppure marcire in galera pur essendo innocenti io una risposta non ve la saprò dare, o forse sì, ma non lo voglio dire, perché ho troppa vergogna, troppa paura.