Libera satira in libero mio pensiero…qualche riflessione su Charlie Hebdo

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Non ero Charlie ieri, non lo sono oggi e non lo sarò domani, pur condannando nella maniera più totale quanto dovettero subire quel maledetto giorno di gennaio  nella loro redazione parigina.

Gli scettici troveranno conferma all’interno del mio articolo scritto il 9-01 in seguito all’attentato (https://ranieramorbellirocknroll.wordpress.com/2015/01/)

Non sono rimasta turbata per ciò che ho visto. La vignetta incriminata (successivamente ne è stata aggiunta una seconda con sottotitoli per i più duri di comprendonio) sul terremoto non ha minimamente offeso il mio senso patriottico, per il semplice fatto che ritengo che ciò che è stato disegnato è di per sé poca cosa e non dovrebbe minimamente far indignare una persona intelligente, dato l’elevato tasso di faciloneria e qualunquismo del contenuto. Dove sta la novità, dove sta l’irriverenza, dove sta lo shock? Nel raffigurare gli italiani terremotati con un piatto di pastasciutta in testa e nel chiamare in causa la mafia?

Beh…se questo è l’apice del loro estro creativo siamo messi male, e penso che la satira intelligente, quella che ti arriva dentro, come un pugno nello stomaco  inducendoti a pensare sia ben altra cosa. Prende di mira i potenti conoscendoli in maniera profonda, li coglie nei loro punti deboli. La satira disarma e colpisce, per questo ritengo che forse quelli di Charlie Hebdo avrebbero bisogno di una reale conoscenza di tutta la nostra storia.

Quando nel lontano 1997 andai in gita nella sublime e indimenticabile Parigi con i miei compagni di classe ricordo perfettamente di come al nostro passare per stradine e mercatini venissimo più volte apostrofati con frasi sempre uguali, quali: “Italiani…Pizzà! Maffià!”. Niente di nuovo, dunque:  dopo 20 anni, lo stereotipo non è cambiato e certamente non solo a causa nostra.

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La satira è satira mi è stato detto, e non guarda in faccia nessuno e poi quelli di Charlie Hebdo “hanno sempre fatto così con tutti”. Poco male, se questo è il loro modo di lavorare nulla da eccepire, se non per il fatto che, se da un giorno all’altro anche a noi italiani venisse in mente di fare satira (e dunque informazione e cultura) alla stessa maniera, le reazioni sarebbero ben diverse e di portata  mondiale.

Se all’indomani dei fatti tragici di Nizza, per fare un esempio, al Forattini, Staino, Bobo di turno fosse mai venuto in mente di raffigurare in mezzo alla gente morta per strada bidet che piovevano dal cielo, (stereotipo forse troppo banale e sempliciotto quello dei bidet di cui sono sprovvisti? Senza ombra di dubbio, il loro degli spaghetti e delle lasagne non è da meno), si sarebbe scatenato il pandemonio non solo in Francia ma nel mondo intero e il vignettista italiano incriminato avrebbe probabilmente smesso di lavorare per il resto dei suoi giorni, con tanto di licenziamento del direttore della testata giornalistica rea di aver pubblicato simile orrore. Se nel Belpaese, mentre i poveri familiari piangevano ancora i loro morti, ci fossimo mai permessi di sentenziare sulle mancate norme di sicurezza francesi con vignette sempliciotte saremmo stati bollati all’istante come “i soliti beceri italiani”.

Noi invece cosa facciamo? Cornuti e mazziati, ci cospargiamo ulteriormente il capo di cenere preoccupandoci pure di difenderli. E non solo asseriamo che   hanno ragione e fanno bene a disegnarci così, ma anche che CE LO MERITIAMO TUTTO quello che è successo e, “mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa”, siamo talmente indietro e ignoranti da non essere neanche in grado di capire il loro raffinato “senso of humor”.

Ecco, io credo che sarebbe forse opportuno fare due riflessioni in più su questa grave patologia che ci affligge, quella dell’eterno complesso di inferiorità nei confronti di chicchessia, e non solo sui nostri svariati vizi e vizietti.  Le nostre caratteristiche di pressapochisti, furbetti e furfantelli le conosciamo alla perfezione senza alcun bisogno di essere messi alla berlina e giudica ti in maniera così prevedibile e superficiale da chi di lezioni non è assolutamente titolato a darne. Quando forse all’estero cominceranno ad aver voglia di conoscere un po’ più approfonditamente la nostra storia che è millenaria e va ben oltre il solito clichè di pizza, mafia, pasta e mandolino, allora FORSE ne riparleremo e potremo pure riderci su.

Nessuno di noi, italiani “brava gente”, impedirà mai a  Charlie Hebdo, di disegnare o scrivere ciò che meglio crede. Libertà di espressione sempre, ma senza per questo credere che siamo tutti talmente uguali e ottusi da non essere in grado di comprendere la loro arte e i loro poteri di super eroi, al di sopra del bene e del male: liberi loro  di continuare a fare il loro mestiere,  liberi noi di non apprezzarlo, senza  senso di colpa  e timore alcuno.

 

Quando la violenza entra in casa

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Esistono vari tipi di violenza: fisica, verbale, psicologica e ognuna ha le sue caratteristiche. E poi c’è un tipo di violenza che si definisce «sommersa» ed è quella che viene subita in silenzio e non viene denunciata. Questo genere di violenza coinvolge maggiormente le donne e viene inflitta soprattutto dai partner o dagli ex partner. Un dato, questo, emerso dalle prime indagini ISTAT sulla violenza contro le donne in Italia, presentate venerdì scorso nella sala Norberto Bobbio dell’Ex Curia Maxima da Linda Laura Sabbadini, direttrice del Dipartimento Statistiche Sociali e Ambientali dell’ISTAT. «Una prima indagine, finanziata dal Ministero della Pari Opportunità, venne effettuata nel 2006 con uno studio durato quasi quattro anni – ha raccontato la dottoressa Sabbadini − Le prime indagini ‘pilota’ diedero risultati piuttosto scarsi, poiché ci si rese conto che la parola ‘violenza’ non veniva riconosciuta dalle donne nel momento in cui gli atti di violenza fisica, a volte anche sessuale, provenivano dai propri mariti o compagni». Nella fase successiva si decise dunque di percorrere una strada alternativa che consisteva nel descrivere la prevaricazione subita con una serie di domande dirette come: «Hai mai preso uno schiaffo?»  «Hai mai ricevuto dei calci?», «Hai mai subito un rapporto sessuale in cui non eri consenziente?» Da quel momento il numero delle risposte aumentò enormemente e ne emerse un quadro allarmante che nessuno si aspettava.

«I risultati delle indagini furono una vera e propria doccia fredda per il Paese – ha raccontato Linda Laura Sabbadini – Nel 2006 la situazione era molto diversa rispetto ad oggi, all’epoca non si parlava di questi argomenti come si parla ora, perché la violenza veniva percepita come un fatto ‘privato’ e vigeva ancora uno stereotipo: quello dell’uomo straniero che abusava della donna italiana. Adesso sappiamo che non è così, il clima è cambiato e ci sono più donne che chiedono aiuto rispetto al passato, quando il 30% delle donne intervistate dall’ISTAT raccontava di aver parlato per la prima volta solo con noi di ciò che aveva subito».

Ad oggi si rileva che il 31,5% delle donne fra i 16 e i 70 anni ha dichiarato di aver subito violenza, un dato che appare ancora piuttosto alto nonostante i passi avanti effettuati. Il fenomeno continua ad essere ancora ampio ed imponente e all’interno di questo quadro si rilevano più di 7 milioni di donne che hanno ricevuto violenza fisica o sessuale di diversa natura. Analizzando l’andamento della violenza fisica, sessuale e psicologica, il dato odierno emerso è stato quello di una diminuzione di tutte e tre le tipologie, se confrontato con i dati precedenti il 2006, poiché è letteralmente raddoppiata la presa di coscienza femminile (specie in giovane età) che porta a gestire meglio le situazioni, con coraggio e fermezza, arrivando ad interrompere relazioni con uomini «sbagliati» prima che sia troppo tardi.

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Rimane stabile e in negativo il dato inerente gli stupri e i tentati stupri, al 67% perpetrati dai partner, così come sono stabili i «femminicidi», a differenza degli omicidi degli uomini sugli uomini che sono apparsi invece in diminuzione.

È in aumento invece il numero dei figli che ha assistito alla violenza sulla madre con una percentuale pari al 65%, un elemento preoccupante dal momento che è stato dimostrato, attraverso le diverse indagini, che se un figlio maschio assiste ad un simile evento avrà una probabilità molto più alta rispetto ad un ragazzo a cui non è successo, di diventare un adulto «maltrattante». Il rischio che le violenze domestiche subite davanti ai propri figli si trasmettano per intere generazioni è davvero molto elevato e non così facile da eliminare per una sorta di disinformazione che impedisce a molte donne di lasciare il proprio partner per timore che il figlio possa perdere la figura paterna. Una figura peraltro molto dannosa.

violenza-donne1A questo scopo sono presenti figure professionali e strutture mirate per fare fronte a questo tipo di situazioni. Ne ha parlato in maniera esaustiva nell’ambito del convegno «La Città per le Donne» avvenuto il 25 novembre in Comune, Valeria Rubino, responsabile Assistenza Sociale-Direz. Politiche Sociali-uff. Minori. Esiste un call center chiamato «Mamma-Bambino» gestito da due assistenti sociali che riceve segnalazioni da parte dei diversi poli a cui hanno fatto riferimento le donne richiedenti aiuto, come i centri anti-violenza, gli ospedali, le forze dell’ordine, i servizi sociali. Questo tipo di servizio mette a disposizione delle strutture d’emergenza fornite dalle associazioni di volontariato alle quali è possibile accedere 24h su 24. «Io sono responsabile della ‘Casa Rifugio’ − ha raccontato Valeria Rubino – un luogo nel quale si lavora seriamente sul maltrattamento. Si tratta di una casa molto ampia ristrutturata nel 2012 grazie ad un forte finanziamento da parte del Ministero delle Pari Opportunità che può accogliere fino a cinque nuclei provenienti da tutte le parti del mondo. È un luogo con indirizzo segreto, a tutela della sicurezza delle donne ospiti che devono avere a disposizione un rifugio in cui potersi sentire tutelate e riflettere. Dopo poche settimane i bambini cominciano già a sentirsi a casa loro, in un luogo ‘degli affetti’ in cui riescono a percepire una maggior serenità da parte della loro mamma. Non è un percorso facile, ma quello che tentiamo di fare insieme a loro è un lavoro di sostegno e di riflessione, con la volontà di essere il piccolo pezzo di un fondamentale cammino».

Dietro le sbarre si può tornare ad amare il proprio corpo: il sogno di Adele

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Non si smette mai di imparare e di ascoltare nuove storie che ti aprono mondi sconfinati e allargano i tuoi orizzonti. Forse anche per questo ho capito che quello del giornalista è uno dei mestieri più belli esistenti al mondo, perché ti insegna a guardare la realtà non solo dal tuo punto di vista, ma anche attraverso quello degli altri e ti arricchisce, rendendoti un essere umano più attento, empatico e completo.

Qualche giorno fa ho conosciuto una donna, una professionista determinata e forte, che con la sua storia mi ha dato da pensare e molto. Si chiama Adele Teodoro e di mestiere fa la ginecologa. È vivace, in gamba e con una sorta di inquietudine che non la fa accontentare di visitare le sue pazienti in uno studio bello e attrezzato, effettuando diagnosi e rilasciando parcelle, per poi tornare a casa alla sera da una figlia che la aspetta.

«Ho sempre avuto necessità, per deformazione personale, di aiutare gli altri − ha raccontato Adele nell’ambito del Convegno ‘Donna oggi tra realtà e futuro’ avvenuto a Torino sabato scorso – Un giorno mi è capitato di incontrare Maria Milano, una donna entusiasta della sua professione proprio come me, che all’epoca era direttrice del carcere femminile Pontedecimo di Genova. Le ho chiesto se potevo visitare la struttura. Noi donne siamo molto pratiche e tra il dire e il fare passa un nanosecondo: due giorni dopo ero già lì. Giro per il carcere, lei mi apre le porte, mi fa vedere tutto senza remore, ma soprattutto parlo con le detenute. Mi trovo di fronte altre donne di ogni tipo e con le esperienze più diverse alle spalle. È vero, alcune di loro hanno compiuto crimini gravissimi e azioni di una malvagità inspiegabile, ma ci sono anche donne che nascono e crescono in ambienti di violenza e non conoscono altra forma di comunicazione se non il sopruso. A volte usano il loro corpo come merce di scambio perché non sanno di avere una dignità».

Adele rimane profondamente colpita nel conoscere le esperienze dolorose e il vissuto così complesso di queste persone e matura una consapevolezza ancora più forte della sua condizione privilegiata rispetto ad altre persone.

«Alla fine della visita mi sono resa conto che io sarei ritornata a casa dalla mia famiglia, avrei abbracciato mia figlia, avrei cucinato, corretto i suoi compiti e sarei andata a dormire tranquilla. Da lì mi sono chiesta: ma queste ragazze, che vengono tolte dalla loro casa come fanno a vivere senza sapere dove sono i loro figli e cosa stanno facendo? Non dobbiamo dimenticare che quando una donna viene arrestata, una famiglia si sfascia. Perché la donna è famiglia. A questo punto ho chiesto a Maria Milani: ‘Ma io cosa posso fare per queste persone?’ E la risposta è stata: ‘Abbiamo bisogno di tutto’».

Da questo momento ha avuto inizio il progetto e la meravigliosa avventura di questa ginecologa tenace e forte.

Quando dico che il mestiere del giornalista allarga i tuoi orizzonti, ti apre gli occhi e ti pone problematiche e interrogativi fino a pochi secondi prima sconosciuti non lo dico tanto per dire, è una grande verità. Fino a ieri per esempio certamente ignoravo che in quasi tutte le carceri femminili italiane non venisse praticata alcuna forma di prevenzione, quella chiamata non a caso «serena» e riservata a tutte noi, donne libere, privilegiate ed evidentemente più «serene» rispetto ad altre. Nelle carceri dunque viene garantita l’assistenza sanitaria, ma solo nei casi di urgenza. Quello che fa la dottoressa Teodoro è diverso: visita tutte le pazienti del carcere e valuta le loro condizioni dal punto di vista ginecologico in modo da poter diagnosticare una malattia prima che si manifesti. Le sue visite avvengono due sabati al mese all’interno di una cella che lei attrezza come un ambulatorio.

carcere donne-2«La mia prima visita nel carcere di Genova mi ha lasciato una strana sensazione, nel momento in cui sono entrata e si è chiusa la porta alle mia spalle con doppia mandata mi è venuta l’ansia. Le celle sono basse, piccole e le finestre da cui passa pochissima luce hanno le sbarre. Prima di iniziare a visitarle ho voluto che le detenute non subissero passivamente la prevenzione, quindi le ho incontrare tutte in biblioteca e ho raccontato chi ero, cosa volevo fare, ma soprattutto che cosa potevano fare per prendersi cura di loro stesse. ‘Io vi auguro di uscire e di ricominciare − ho detto – per cui dovete salvaguardare la salute. Molte di voi sono giovani, possono ancora avere figli e chi li ha già deve uscire in salute e se ne deve prendere cura’. Da quel momento è scattato qualcosa nel loro animo e si è risvegliato l’amore per se stesse. Quello che cerco di fare io è educare le donne a riamare il loro corpo, a volersi bene, rendendole consapevoli di quella che è la loro dignità. Andando avanti con il tempo, mi sono resa conto che questo progetto non aveva solo una valenza sanitaria, ma anche una valenza sociale».

Adele Teodoro ora svolge la sua attività anche nel carcere di San Vittore a Milano e con il suo progetto Gravidanza Gaia si occupa della prevenzione, della cura e della promozione del benessere della donna, promuovendo e realizzando attività di assistenza sanitaria gratuita

Per arrivare ad esercitare anche a Milano ci ha messo moltissimi anni. Ha dovuto battagliare con colleghi medici, politici, e burocrati che facevano di tutto per ostacolarla, ma ha tenuto duro. Le fatiche sono state e vengono continuamente ripagate dal suo mestiere e dal rapporto con le ‘sue’ ragazze che le sanno dare così tanto grazie alle loro testimonianze e ai loro piccoli e grandi gesti pieni di generosità. Come quella volta in cui, in un giorno d’estate particolarmente caldo, una detenuta si offrì di darle il suo ventilatore per poter visitare le pazienti in condizioni migliori. O quell’altra ancora in cui ne sorprese altre due scambiarsi qualcosa nel passaggio tra una visita e l’altra.  Preoccupandosi chiese alla detenuta cosa avesse passato alla sua amica e si sentì rispondere: «Gli orecchini. Non li aveva e glieli ho imprestati perché potesse farsi visitare da lei in ordine». Il fatto di poter essere più elegante era un gesto di attenzione nei confronti di Adele e al tempo stesso un riappropriarsi della propria femminilità da tempo perduta e dimenticata.

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Il progetto di Gravidanza Gaia va avanti, è un’iniziativa bella e importante ma non esente da una serie di problematiche che certamente non dovrebbero esistere. I finanziamenti sono difficilissimi da ottenere, tant’è che Adele è costretta ad autofinanziarsi e per comprare un apparecchio ecografico portatile del costo di 30.000 euro ha fatto un leasing. Eppure proprio grazie a questo strumento ha potuto effettuare diagnosi importanti: al suo primo ingresso a Genova furono riscontrati tre casi di cancro al collo dell’utero a donne che vennero prontamente operate. Per questo il discorso della prevenzione e della diagnosi precoce è così importante.

L’apparecchio è vecchio e andrebbe cambiato, ma non c’è bisogno solo di quello, c’è bisogno di tante altre cose. La mia speranza, dunque, è che questa testimonianza possa essere letta il più possibile ed essere d’aiuto e che possa far comprendere che un progetto del genere dovrebbe essere portato avanti in tutte le carceri italiane. Anche per questo oggi ho voluto tralasciare per un attimo la leggerezza che normalmente caratterizza il mio blog, per raccontare una storia che a pensarci bene di pesante non ha proprio nulla. È una storia bella, toccante e delicata, che fa riflettere su tante cose: su quanto possiamo essere combattive noi donne, e realizzare autentici miracoli contando sulle nostre sole forze. Su quanto possiamo essere in grado di guardare lontano e costruire ponti che ci mettono in collegamento e in perfetta sintonia con altre persone e altre realtà, in apparenza molto lontane da noi. Eppure quelle stesse diversità che spesso sembrano così abissali, troppo spesso ci ingannano e tanto prima lo scopriremo, tanto meglio sarà per noi. Basterà riuscire a mettersi anche solo per un secondo nei panni degli altri ed essere più predisposti all’ascolto, capendo che la fortuna e i privilegi individuali non sono mai certi e scontati: nelle nostre debolezze, nelle nostre paure, nei nostri dolori ci ritroveremo incredibilmente simili e forse un po’ più vicini e disposti a guardare oltre il muro di carta dei nostri limiti.

50 sfumature di comicità…e di idiozie

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E così ci sono caduta pure io. Un bel giorno la mia amica Rachele mi chiede: “Vuoi leggere ‘50 sfumature di grigio‘?” – “Va bene”- rispondo. “Te lo presto – prosegue – “e dopo la lettura sentiti pure libera di buttarlo nel bidone dell’immondizia”.

Le premesse insomma non erano delle migliori, ma non avevo già alcun dubbio e per questo non avevo voluto aderire al fenomeno della lettura di massa del 2011, anno della  pubblicazione del libro, pubblicizzato in maniera ossessiva in televisione e sui giornali. E se a questo poi aggiungevo interviste e recensioni riportanti frasi della suddetta opera, pregne delle banalità e dei luoghi comuni, tipici di chi ha un orizzonte mentale livello “cantina” il quadro della situazione era perfettamente tracciato e il libro come già letto.

Niente di scandaloso e particolarmente hot, in questo romanzetto di E.L  James, scrittrice londinese con evidenti e scaltri “santi in paradiso” su cui contare, i quali, grazie ad un’astuta operazione mediatica, sono stati in grado di far diventare un prodotto letterario mediocre il caso dell’anno. La letteratura erotica non è una novità, esiste dai tempi dell’antica Grecia che ci ha lasciato opere sicuramente più avvincenti di questa versione grottesca (perché di erotismo non voglio parlare, quella è un’altra faccenda più interessante e complessa) di “Tre metri sopra il cielo”, costellata di personaggi degni di Beautiful, nei suoi momenti più trash.

Gli ingredienti ci sono tutti: l’amministratore delegato americanotto e riccastro, Christian Grey, considerato uomo di gran fascino ed eleganza, secondo i parametri di chi evidentemente la classe non sa nemmeno cos’è, ma in realtà  sufficientemente volgare (Mr. Grey, veste firmato da capo a piedi rigorosamente “grey”, le sue cravatte sono tutte “grey” come il colore dei suoi grandi occhi “grey” e le sfumature del suo animo “grey”); la sua preda, Anastasia Steel, ingenua e scialba studentessa, tutta codini e golfini di flanella; i genitori adottivi di lui, ricchi e residenti nella villa pacchiana di casa Forrester di Beautiful; la mamma di lei premurosa e dispensatrice di consigli su come accalappiare meglio un imprenditore griffato e l’amica del cuore, Katherine Kavanagh, bella e glamour, che darà modo ai due protagonisti di incontrarsi. Kate infatti, è direttrice del giornale dell’Università Washington State di Vancouver, in cui studia anche Anastasia, a cui chiede di intervistare al posto suo Christian Grey, amministratore delegato della Grey Enterprises Holdings Inc.

ESORDIO CON PRIMA INVEROSIMILE BOIATA: la direttrice di un giornale che chiede alla prima venuta di sostituirla in quella che viene considerato l’articolo del secolo? L’incontro con il pezzo grosso di una notissima azienda!?

Un po’ come se al mio primo giorno di lavoro al giornale i miei superiori mi avessero chiesto di andare al posto loro ad intervistare Sergio Marchionne da cui mi sarei presentata, trasandata, completamente impreparata e con una serie di domande sconvenienti da sottoporgli. Già, perché la protagonista in questione, oltre a recarsi dall’autoritario Christian con l’atteggiamento goffo e i vestiti sgualciti della nonna, tra le varie domande, pensa bene di chiedere al Marchionne “de noantri”, la domanda tipica di una persona sveglia e professionale: “Signor Grey, tutto vestito di grey… ma lei è gay?”

In quell’esatto istante, il fascinoso e irraggiungibile imprenditore non potrà che rimanere folgorato da cotanta intelligenza (!!!) ed eccitato come un cinghiale (non a caso, il verbo più utilizzato dalla scrittrice per descrivere gli amplessi del suo “affascinante” personaggio è “grugnire”!!!), comincerà a corteggiare Anastasia… alla sua maniera: quella di un povero giovane, a cui le sofferenze vissute durante l’infanzia (l’adozione e il rapporto morboso con una perfida amica della matrigna) non hanno mai permesso di instaurare alcun tipo di relazione affettiva con le donne, maturando invece una serie di perversioni sessuali, che di piccante hanno ben poco, poiché ricalcano semplicemente una serie di prevedibili clichè, tipici più dei video amatoriali e dei filmetti porno che di una letteratura erotica scritta come si deve.

50-sfumature-di-grigio-744x445“Quello che ogni donna vuole. Ovviamente” ha sentenziato il The Guardian, recensendo il romanzo.

E cosa vorremmo noi donne….OVVIAMENTE?! Senza ombra di dubbio un uomo che ci propone di firmare un bel contrattino, in cui accettiamo di sottostare ad un rapporto “dominatore-sottomessa” con un lungo elenco di regole che prevedono obbedienza totale  ad un dominatore che avrà potere assoluto sul modo di vestire, mangiare della sottomessa e che deciderà personalmente anche sulle modalità con cui la sua schiavetta dovrà curarsi, lavarsi, fare sport e andare dal medico. A tutto questo susseguirsi di regole, sogno proibito di qualsiasi donna (OVVIAMENTE!) si aggiunge una “Stanza delle torture” in cui la sottomessa sarà tenuta a recarsi  ogni qualvolta il suo Dominatore lo vorrà, accettando di buon grado di subire quanto segue: “Frustate, sculacciate, fustigazioni… senza esitazioni domande e lamentele” e poi ancora tra le numerose opzioni: “Bondage con cinghie di pelle, nastro adesivo e ceppi di metallo. Dilatatore anale. Polsi legati alle caviglie. Legatura a barra divaricatrice. Pinze per genitali. Pinze per capezzoli. Sospensione. Cera bollente.” Da quell’incontro e da quella proposta, tra Anastasia Steel e Christian Gray inizierà una relazione  in cui la ragazza si ritroverà completamente coinvolta, innamorandosi perdutamente di questo ominicchio (“che non fa l’amore ma fotte!”), con cui vivrà le stesse avventure improbabili di Brooke e Ridge Forrester, scritte con la stessa proprietà lessicale con cui io (che come è noto non sono un’autrice letteraria) scrivevo i temi in terza media.

A differenza mia invece, la signora E.L James, più simile ad una rubizza Desperate Housewife, che ad una vera scrittrice è diventata milionaria vendendo migliaia di copie di questo romanzo spazzatura cui hanno fatto seguito altre “50 sfumature”, di nero e di rosso. Lungi da me il voler giudicare le motivazioni per cui tantissime donne, di qualsiasi età, background sociale e culturale ne siano rimaste così ammaliate e colpite, ad ognuno il suo modo di concepire il sesso e l’erotismo; mi posso solo augurare che non siano poi le stesse che scendono in piazza per indignarsi contro il femminicidio, il sessismo e compagnia bella, dal momento che, vorrei non ci fossero dei dubbi sul fatto che, imporre ad una donna di inginocchiarsi, picchiarla e conficcarle frustini e bastoni nelle parti intime durante un rapporto è violento almeno quanto un ceffone, un calcio o un pugno durante una litigata. E quando leggo che importanti testate giornalistiche estere hanno parlato di questo romanzo in toni entusiastici definendolo “eletrizzante”, “scandaloso”, “bollente”, “appassionante”, nonché il nonplusultra dell’eros da una parte mi viene da ridere, dall’altra mi preoccupo e mi sento presa in giro, per i livelli mediocri e demenziali a cui, chi dovrebbe occuparsi di cultura ma di cultura ne ha poca, da troppo tempo vuole farci abituare  e rassegnare.

Il Sanremone va avanti da sè…

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Un Festival di Sanremo tradizionale quello di quest’anno, in diversi momenti talmente tradizionale da rasentare il noioso, ma tutto sommato onesto. Carlo Conti sta facendo il presentatore, alla sua maniera da diligente  impiegato RAI, affiancato dalle due vallette  (che non sono vallette) Emma Marrone e Rosalba Pippa  con cui può dormire sonni tranquilli perché non hanno offerto e non stanno offrendo colpi di scena, se non per quel che riguarda l’abbigliamento tipico di chi non conosce l’eleganza e una serie di battute degne di un animatore alla festa delle medie (e quindi, sai che risate!). Decisamente più dentro al ruolo, la piccante Rocio Munoz Morales che, in ogni caso, come le sue colleghe e il presentatore stesso, non può fare a meno di leggere dall’inizio alla fine Santo Gobbo Suggeritore.

Emma Marrone

Devo essere sincera: per la prima  volta in 30 anni, appena avuto notizia di chi avrebbe presentato e, a grandi linee, di chi avrebbe concorso alla 65esima edizione della nota kermesse sanremese, avevo deciso che non avrei guardato nemmeno una puntata, ma poi…la curiosità uccise la gatta, e così eccoci qua. Ho aspettato che si arrivasse quasi alla fine per potermi fare un’idea sulla qualità delle canzoni, proprio per il fatto che mi è capitato spesso di ascoltare dei testi per la prima volta e non avere alcun tipo di sensazione, cambiando poi idea in positivo al secondo e terzo ascolto. In linea di massima, per quel che mi riguarda, anche per la musica  vale sempre la regola che la prima impressione è quella che conta  e quindi, quando un pezzo è davvero valido, ti deve colpire e conquistare sin dalle prime note, e sicuramente quest’anno non è andata così. Dover constatare che su 20 partecipanti l’unico portatore sano di grinta è stato Nek, il bravo ragazzone di Sassuolo, la dice già lunga sul livello di verve di queste serate. Confidavo molto su Irene Grandi che ha portato un pezzo piacevole, con una canzone che pareva scritta da Ligabue (in questa sua ultima fase un po’ decadente) ma che certo non ha spaccato, come aveva fatto invece qualche anno fa con “La cometa di Halley”. Non posso dire di non aver trovato del buono in alcune canzoni: tema dominante come sempre l’amore, in tutte le sue forme e misure, e non c’è niente di male, anzi penso sia giusto così. Lo abbiamo constatato più volte che i rari tentativi di fare musica impegnata o d’élite all’interno del contesto leggero del Festival, sono spesso andati a farsi friggere e sono risultati spesso ben più banali del consueto e rassicurante parlar di amanti che si baciano tra le stelle, farfalline birichine, girasoli che non ridono e mani intrecciate sullo sfondo di nuvole al sapor di panna montata.

Sanremo 2015

Chiaramente, da brava e assidua ascoltatrice, ho voluto fare anche io il mio toto-vincitori, stilando due personali classifiche,  una “emotiva” che rispecchia il mio gusto personale e una “razionale”, che cerca di essere più obiettiva. La mia “pancia” di donna che ama immedesimarsi in ciò che ascolta, assicura dunque il podio a Nesli con la passionalità di “Buona fortuna amore”,  preceduto da Bianca Atzei  con la struggente “Il solo al mondo” e da “Straordinario” di  Chiara che con la sua voce bella e potente, gioca in maniera sapiente con un pezzo grazioso e soprattutto piacevole da un punto di vista musicale. La mia classifica “razionale”  premia invece l’essenza vintage di Annalisa e la sua “Una finestra tra le stelle”, riconferma Chiara, ma al secondo posto, e assicura la medaglia d’oro al super in forma  Nek con l’orecchiabilissima “Fatti avanti amore”. Premio a parte della critica a Malika, che con “Adesso e qui” porta un pezzo piuttosto pretenzioso, ma obiettivamente più originale rispetto agli altri. Non si preoccupi troppo chi non è d’accordo con me, perché come ogni anno i miei pronostici non troveranno conferma e non azzeccherò nemmeno un titolo. Appuntamento questa sera sul mio divano, a rifarmi gli occhi con la performance di Gianna Nannini che con il suo battesimo all’Ariston saprà sicuramente confortarmi delle successive incazzature che mi prenderò, inorridendo di fronte alla consacrazione a nuove star della musica italiana de Il Volo (belli di mamma, pizza, mandolino e mafietta), Moreno (sia maledetto chi gli ha fatto credere di essere bravo e pure figo, perchè purtroppo lui ci ha creduto e ancora ci crede ) e Marco Masini, che con questa nuova aria da saggio e il piglio intimista, si assicurerà pure il premio della critica…povero mondo e poveri noi!

Addolorata, ferita e indignata, io non penso d’esser Charlie

Charlie Hebdo

Come non sentirsi profondamente addolorati e pieni di paura di fronte ai tragici fatti di due giorni fa? Era un mercoledì come tanti, nella sede di Charlie Hebdo, o meglio era un giorno specifico, quello della riunione di redazione, quando una coppia di folli criminali ha fatto irruzione e ha massacrato 12 persone a colpi di kalashnikov, nel nome di un Allah che, per come viene concepito dai fondamentalisti, non deve avere pietà per nessuno. Si può morire per una vignetta o una frase scomoda che non è piaciuta a qualcuno, da oggi lo sappiamo, siamo tutti avvertiti: giornalisti, vignettisti, amanti della comunicazione scritta, liberi pensatori. Da due giorni la frase #je suis charlie, viene condivisa in massa, da chi il giornale lo conosceva molto bene, da chi non lo conosceva affatto ma non può che sentirsi solidale, da chi lo fa senza sapere bene il perché, da chi se ne serve in maniera impropria e strumentale, mettendo in causa la politica e la religione. Sui giornali e in televisione ci si costerna, si dibatte e ci si confronta…già ma con chi? Esclusivamente tra di “noi”, gente educata alla non violenza e culturalmente evoluta e così si farà ancora per un mesetto, senza avere di fatto alcuna risposta alle mille domande e senza aver risolto  proprio nulla, perché l’indignazione e la volontà di cambiare non coinvolgeranno in alcun modo i diretti interessati, fanatici fondamentalisti, rimasti culturalmente al Medioevo da sempre e per sempre. Continueremo ad invocare la libertà di pensiero, a sollevare matite al cielo, a gridare sui social network che “no, noi non ci stiamo” guadagnandoci un centinaio di like sui nostri status; prenderemo adeguate misure di sicurezza, fino al prossimo attentato che ci lascerà nuovamente attoniti e ci costringerà a ricominciare da capo, perché la storia questo ci ha insegnato, partendo dalle Crociate , fino ad arrivare ai più recenti fatti di New York, Londra, Madrid e adesso Parigi.

charlie-hebdo-une-14309_w1000Abbassare la testa certamente non è la giusta risposta, ma prendere atto che il terrorismo è una corrente organizzatissima e irrefrenabile, sì,  quello deve essere fatto necessariamente. Perché con gente fanatica ed educata all’assolutismo violento da generazioni non ci potrai mai ragionare, né a suon di guerre “sante” nel vano tentativo di farli sparire dalla faccia della terra, né a suon di dialoghi pacifisti o intellettuali. Avremo più possibilità di successo nel far recitare Leopardi al nostro cane, o a discutere di Schopenhauer e Kierkegaard con un mulo. Lo sapevano bene quelli di Charlie che si ritrovano oggi ad essere chiamati in causa come i nuovi martiri della libertà d’espressione, ma che forse ne avrebbero fatto volentieri a meno. La satira, si sa, è al di sopra del bene e del male; la satira non fa sconti a nessuno, e spesso è volgare, forse per questo non sarà mai troppo nelle corde di tanti e della sottoscritta in primis, che ama sì l’ironia e lo humor, ma quello che insegna a ridere e pensare in una maniera più costruttiva e meno greve.  La satira non è sotto il potere di nessuno, lo ricordino bene i neo cultori della libertà di pensiero che vogliono sfruttare quanto è accaduto a loro uso e consumo, ma che, di fatto, non sacrificherebbero un unghia del loro mignolo per la causa a cui si sentono tanti affini. Quanti #je suis charlie” in meno si vedrebbero in giro se venisse chiesto di rivendicarli in presenza dei terroristi stessi.

“Preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio” sosteneva il direttore del settimanale satirico Stéphane Charbonnier, più noto come Charb. È una frase forte e d’impatto, che ha fatto il giro del mondo e di cui verrà fatto nuovamente uso ed abuso. Diventerà uno slogan di qualche pubblicità progresso forse, la ritroveremo su portapenne e magliette prima o poi, ma non verrà mai compresa fino a fondo e ponderata nella giusta maniera.

Charlie

“Si muore “in piedi”, in nome dei propri ideali e da uomini liberi, ma mai dimenticandosi delle responsabilità che si hanno nei confronti del prossimo proprio perché la libertà, di cui tanto si discute in questi giorni,  ha senso di esistere fino a quando non va a compromettere quella di chi mi sta accanto, con cui mi relaziono e con cui lavoro quotidianamente: dal noto redattore, al comune addetto alla portineria che è stato ucciso insieme al poliziotto Ahmed Merabet, mentre era già a terra e, con le mani alzate, invocava pietà. Non posso fare a meno di pensare e non mi tolgo dalla testa che tante, troppe persone non sono state adeguatamente tutelate in questa tragica vicenda e che molti di loro, certamente non avevano messo in conto la situazione di grave rischio in cui si trovavano e che sono morti in nome di un ideale loro malgrado, perché l’unico reale interesse probabilmente, era quello di fare il proprio dovere, di portare a casa uno stipendio adeguato e di raccontare ai propri famigliari l’esito della loro giornata. Famigliari che, credo, non riusciranno mai a darsi pace, e che si ritrovano oggi ad essere irrimediabilmente, senza un figlio, una figlia, un padre, una madre.

Sono una ragazza semplice, ma arriverò molto lontano – Miss Italia 2014

Simona Ventura

Quasi quasi preferivo quelle edizioni in cui le aspiranti Miss Italia restavano mute e si presentavano per quello che erano: belle ragazze che aspiravano a vincere un concorso di bellezza.

Negli ultimi anni invece la tendenza è cambiata, e risulta indispensabile dimostrare che queste giovani donne sono dotate di un cervello, non solo perfettamente funzionante (e fin qui sarebbe auspicabile…), ma addirittura  sopra la media.

A questo Q.I particolarmente sviluppato devono aggiungersi inoltre innate doti di “tuttofare”.

Sarebbe anche una belle intenzione se non fosse che, per le modalità con cui viene condotto il tutto, si ottiene l’effetto contrario e ci si ritrova davanti ad un gruppo di ragazzine 18/20enni che con voce cinguettante urlano all’unisono tutte più o meno lo stesso motivetto: “Io sono diversa dalle altre, io mi distinguo per le mie particolarità: sono umile, ma piena di ambizioni, moderna e conservatrice, bella fuori, ma soprattutto dentro.

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Il risultato risulta poco convincente e il monotematico “Io sono io, io sono io, io sono io” appare quasi come la disperata richiesta di riconoscimento della propria unicità dell’ennesimo numero/corpo  perfetto in mezzo agli altri numeri/corpi altrettanto perfetti.

“Sono Marisa, Miss Lines Seta Ultra di Canicattì, cucino, lavo e stiro da Dio e da grande intraprenderò la carriera diplomatica, altrimenti faccio l’attrice e divento più brava di Angelina Jolie. Preferite che vi faccia il triplo salto mortale, oppure la ruota?”

E mentre Marisa non ha ancora finito di parlare fa il suo ingresso Rosaria che arriva di Latina; è sprovvista di congiuntivi, ma piuttosto ferrata nell’imitazione dell’orango in calore (specifico che non sto inventando!), nel tempo libero compone sonetti e recita Shakespeare (sto inventando!).

Giuria Miss Italia

Non manca il momento serioso tra una sfilata, un balletto e una chiacchierata col tupè di Sandro Mayer: quello dedicato alle donne che hanno sofferto ma hanno trovato la forza di rialzarsi. Sopraggiunge Maria, chiamata a gran voce da una Simona Ventura sempre più eccitata e urlante. “Un applauso a Maria che non ha passato il turno ma ci è rimasta nel cuore dopo che le hanno asportato la milza, spappolata  dal fidanzato violento. C’è qualcosa che ti senti di dire agli italiani che ci seguono da casa, Maria?”

La ragazza tace e quasi scappa piangendo.

Resto perplessa di fronte a questo modo così grossolano di fare televisione, di questa malafede camuffata pedestremente da buone intenzioni, di questo modo così superficiale di dimostrare che anche le belle donne hanno una testa pensante.

Se questi sono gli strumenti, scappiamo pure a gambe levate, oppure lasciamole mute, come ho già detto provocatoriamente.

Domandiamoci piuttosto se, nel 2014, nell’era che ci piace definire “2.0”, possa avere ancora un senso proporre un simile concorso che di rappresentativo e innovativo ha  ben poco e che ha sempre fatto discutere, per le modalità con cui viene eletta annualmente la più bella del Paese. Si abbia il coraggio di chiudere un programma retrogrado e si dia spazio a nuove idee per dare voce alle donne, belle o brutte che siano, senza bisogno di ridicolizzarle o strumentalizzarle in maniera così ipocrita e davvero poco credibile.